top of page

DODICESIMA PUNTATA

  • 18 lug
  • Tempo di lettura: 11 min

PUNTATA 12 - S1



LA PROMESSA ROTTA




FABIO APRE


C'è una differenza tra le promesse che si mantengono e le promesse che si trasformano.

Le prime sono quelle semplici: ti richiamo domani, ci vediamo alle sette, non mangio l'ultimo pezzo di torta.

Facili da mantenere o da rompere, con conseguenze proporzionate.

Le seconde sono quelle fatte nel mezzo del dolore di qualcun altro.

Quelle dette a voce bassa in un bar che puzza di birra tiepida, con qualcuno che piange accanto a te.

Quelle in cui dici troveremo un modo sapendo, in fondo, che non sai ancora se è vero.

Brian ha fatto una promessa a Giusy.

Giordano ha scoperto stanotte che non può mantenerla.

Non nel modo in cui era stata intesa.

Questa puntata è la storia di come si dice a qualcuno che la promessa che hai fatto non può essere mantenuta.

E di come quella persona risponde.

Vi avverto:

la risposta di Brian è la cosa più silenziosa e più pesante che abbia mai raccontato.

Sedetevi. Questa volta la storia non urla.


IL FIORE AI CONFINI DELLA NEBBIA


La torre della Custode era alta e sottile, costruita tra roccia, vetro e metallo del Vecchio Mondo.

Il tipo di struttura che non sembra progettata ma cresciuta.

La Nebbia stessa, decisa a un certo punto a solidificarsi in verticale.

Giordano seguì la Custode in silenzio per tutti i piani.

Lei non parlò durante la salita.

I gradini di pietra nera assorbivano i passi, e il Mantello si muoveva appena attorno a lei.

Quieto, come un animale che dorme ma non del tutto.

All'ultimo piano si fermò.

Al centro della stanza c'era un piedistallo di pietra.

Sopra, un fiore di cristallo.

Giordano si avvicinò.

Era scolpito nel vetro più puro che avesse mai visto, ma qualcosa non tornava. All'interno dei petali non c'era materia solida.

Sembrava acqua.

Acqua luminosa, cristallo sciolto che non aveva perso la propria forma. Tratteneva la luce invece del peso.

«Che cos'è?»

La Custode rimase ferma, le spalle appena rigide.

«L'ho trovato anni fa» disse.

«Ai confini della Nebbia. Qualcuno lo aveva lasciato lì.»

Sfiorò un petalo con un dito.

Il gesto era preciso, quasi cerimoniale.

«Per molto tempo è rimasto inattivo. Una reliquia, pensavo. Dimenticata da chi l'aveva portata fin lì.»

Chi l'aveva portata.

Non disse altro.

Non disse il nome.

Guardò il fiore con un'espressione che Giordano non seppe leggere del tutto.

«Poi, qualche settimana fa, si è risvegliato.»

Posò la mano sul cristallo.

L'acqua luminosa all'interno cominciò a muoversi.

Piccoli vortici che percorrevano i petali come correnti sotto il ghiaccio. Poi una luce azzurra si sollevò dal fiore.

Un ologramma. Instabile, sfocato, il ricordo di qualcosa che non si è mai visto del tutto.

Una figura umana apparve sopra il piedistallo.

Alta. Immobile.

Indossava qualcosa che non apparteneva al Nuovo Mondo.

Non era magia, non era tecnologia, sembrava entrambe le cose insieme. Acciaio lucente attraversato da linee di luce.

Gli occhi brillavano di un azzurro-verde intenso.

E al centro del petto splendeva una stella dorata.

Viva, che respirava, che pulsava come qualcosa che non è mai stato solo un simbolo.

Giordano non disse niente.

Per la prima volta, lui e la Custode stavano guardando le sembianze della Stella del Mattino.

Non completamente, non con chiarezza.

Ma abbastanza da capire che non era una leggenda.

La Custode tolse la mano.

L'immagine svanì.

Il silenzio riempì la stanza.

«Ora capisci perché faccio tutto questo?»

Giordano non rispose subito.

Guardò il punto dove la figura era apparsa.

L'aria sopra il piedistallo, vuota adesso.

«Non si tratta più del Velo» disse lei.

«Non si tratta più del Nucleo.» Abbassò lo sguardo verso il fiore.

«C'è qualcosa di più grande dietro ogni cosa. C'è la volontà della Stella.»

Il Mantello frusciò alle sue spalle.

«La sento, Giordano. Il Mantello me la fa sentire.» I suoi occhi metallici incontrarono quelli del ragazzo.

«E sai qual è l'altra cosa che continua a ripetermi?»

Lui scosse lentamente la testa.

«Di fidarmi di te.»

Giordano rimase immobile. La Custode fece un passo avanti.

«Tu sei una chiave. Capace di aprire porte che nessun altro può aprire.»

Lui abbassò lo sguardo. Poi rise. Breve, amaro.

«Non sei la prima persona che me lo dice.»

Si appoggiò a una colonna di pietra.

«Sono il figlio delle due persone che hanno ricostruito questo mondo. E che poi l'hanno diviso.» La voce si fece più dura.

«Tutti si aspettano qualcosa da me. Che unisca il Velo e il Nucleo. Che riconcili ideologie, credenze, fazioni.»

La Custode inclinò appena la testa.

Il Mantello frusciò piano.

«E tu cosa vuoi?»

Giordano non rispose subito.

«Non essere il centro di tutto questo.»

«Nessuno lo vuole, all'inizio.» La voce della Custode era piatta.

«Poi ci si abitua.»

«Io non voglio abituarmi.»

Lei non disse niente. Si limitò a guardarlo, la testa un poco inclinata, come si guarda qualcuno che sta ancora decidendo se fidarsi della propria stessa rabbia.

«Aiuto Lorenzo perché mi ha cresciuto» riprese Giordano.

«Perché crede nella libertà della conoscenza.» Sorrise appena.

«Anche se a volte è un po' ossessionato dalla sua visione.»

Il sorriso sparì.

«Mio padre invece mi ha abbandonato. Mi ha marchiato nel sonno quando avevo cinque anni. Non è stato capace di fare il padre.»

La cicatrice alla nuca pulsò.

La Custode fece un mezzo passo verso di lui.

Poi si fermò, come se avesse cambiato idea a metà gesto.

«Come potrei stare dalla sua parte?» disse Giordano.

«Non te l'ho chiesto io.»

«Lo so. Ma tutti se lo aspettano lo stesso.» Alzò gli occhi verso di lei.

«Io non voglio essere scelto.»

La Custode rimase in silenzio.

Poi sfiorò il Mantello.

Un gesto quasi involontario, come toccarsi una vecchia cicatrice.

«Nemmeno io volevo esserlo.»

Il tessuto vivo si mosse lentamente attorno a lei.

«Per anni ho combattuto questa cosa. Ma solo adesso sto iniziando a capire.» Guardò il fiore, e questa volta ci rimase con gli occhi un secondo di troppo.

«Forse tutto questo era già in movimento prima ancora che nascessimo.»

«Che cosa stai dicendo?»

«Sto dicendo che c'è un disegno.» La voce quasi un sussurro.

«Io. Il Mantello. La morte di tua madre. La divisione del Nucleo. Fuffi. Tu.» Alzò lentamente lo sguardo.

«Forse facciamo tutti parte dello stesso percorso.»

Giordano si irrigidì.

«Stai dicendo che la Stella del Mattino voleva che mia madre morisse?»

«No.» Per la prima volta la Custode sembrò davvero scossa.

Si avvicinò.

«No, Giordano. La morte di Isa non era l'obiettivo. Era una conseguenza.»

Pronunciò il nome con una naturalezza che non era calcolata.

Isa, come si dice il nome di qualcuno che si è conosciuto, non di qualcuno di cui si è sentito parlare.

Non se ne accorse.

O forse sì, e decise che non era il momento.

Silenzio.

«Lo so. Non ha senso. Nemmeno per me.» Guardò il fiore di cristallo.

«Ma quando tocco questo oggetto, quando ascolto il Mantello, tutto sembra collegato. Qualcuno sta cercando di portarci da qualche parte.»

La sua voce tremò appena.

Giordano rimase immobile a lungo. Poi si passò una mano sul volto.

«Non so se credo ai disegni. Non so se credo che qualcuno lassù stia muovendo i pezzi come fossimo pedine.»

Alzò lo sguardo.

«Ma so che il coniglio è reale. So che la gente sta perdendo la memoria. E so che Filippo non ricorda nemmeno chi è. E Giusy è lì, al Centro le Maschere, che lo guarda come se fosse già morto.»

La Custode non disse nulla.

Il Mantello frusciò appena.

«L'Anti-Fuffi si nutre di ricordi» disse poi, con voce grave.

«Più ne divora, più cresce. Per questo è diventato grande.»

«L'ho visto Filippo, quello che ha fatto. Si fermerà?» Chiese Giordano.

«Non lo farà. Non finché avrà fame. E la fame dei mostri come lui non si sazia.»

«Allora dobbiamo fermarlo.»

«Per questo ho chiesto il tuo aiuto. Per questo ho offerto i Frammenti.»

Giordano annuì. Poi si fermò.

«C'è una cosa che devo chiederti.» Una pausa.

«Le vittime del coniglio, quelle che hanno già perso la memoria, si possono guarire?»

La Custode rimase in silenzio per un momento che sembrava più lungo degli altri.

«No» disse infine.

«I ricordi che l'Anti-Fuffi divora non tornano. Sono persi per sempre.»

Giordano sentì qualcosa gelarsi da qualche parte nel petto.

«Ho promesso a Brian che avremmo trovato un modo. Ho promesso a Giusy che avremmo aiutato Filippo.»

«Hai fatto bene a prometterlo. Non c'è niente di male a dare speranza. Ma la verità è che la memoria non si ricostruisce. Non con la magia. Non con la tecnologia.»

«Quindi Filippo è perso.»

«Non è perso. È vivo. Può respirare, camminare, parlare. Può imparare cose nuove.» Una pausa.

«Ma ciò che era prima, ciò che lo rendeva Filippo, non tornerà.»

Giordano strinse i pugni.

La cicatrice pulsava.

«Io ho trovato un modo per difendermi, ma solo per poco tempo.»

riprese la Custode.

«Quando il coniglio attacca, il Mantello mi permette di creare ricordi falsi. Un'illusione di memoria. Il coniglio si nutre di quelli, all'infinito, senza mai intaccare la mia vera identità.»

«E potrebbe funzionare con gli altri?»

La Custode scosse il capo.

«Il Mantello è legato a me. Non so come trasferire quel potere.»

La speranza negli occhi di Giordano si spense. Non di colpo: piano, come una lampada che perde corrente.

Rimase in silenzio.

Poi la Custode disse, piano:

«Forse non puoi salvare ciò che è già stato perduto.»

Giordano chiuse gli occhi.

«Ma puoi impedire che qualcun altro lo perda.»

Il ragazzo non rispose.

Si voltò verso l'uscita.

Sulla soglia si fermò, senza girarsi.

«Domani verrò ad Agridonia» disse la Custode.

«Mentre Lorenzo e Vittorio lavorano sull'incantesimo, noi recupereremo gli ultimi tre Frammenti. Quando li avremo tutti, torneremo al Centro le Maschere. E poi affronteremo il coniglio.»

«Noi chi?»

«Tu. Brian. Kai. Fuffi. E io.»

Giordano rimase fermo ancora un secondo.

Poi riprese a camminare.

La porta si chiuse alle sue spalle.

Dietro di lui, nella stanza silenziosa, la Custode rimase sola con il fiore di cristallo.

Il fiore che sua sorella Isa gli aveva lasciato sul confine anni prima.

Lo guardò come si guardano le cose che non ti appartengono ma che tieni lo stesso, perché nessun altro può farlo al posto tuo.

Fuori, la Nebbia era più fitta che mai.


IL CENTRO LE MASCHERE, NOTTE


Brian era seduto accanto a Filippo.

Non gli stava parlando.

Non stava suonando.

Stava solo seduto, gomiti sulle ginocchia, lo sguardo fisso su quel vecchio che guardava le maschere sul soffitto con la bocca leggermente aperta, cercando di ricordare il significato di qualcosa che non aveva mai imparato.

Giordano entrò.

Brian lo sentì arrivare ma non si voltò.

Si sedette dall'altro lato del tavolo.

Aspettò il momento giusto.

Poi capì che il momento giusto non sarebbe arrivato.

Andava scelto a caso tra i momenti sbagliati, come sempre.

«Ho parlato con la Custode» disse.

Brian non rispose. Continuava a guardare Filippo.

«Sa cos'è l'Anti-Fuffi. Sa come funziona.» Pausa.

«Sa perché Filippo è così.»

Silenzio.

Giordano si passò una mano sul volto.

«I ricordi che il coniglio mangia non tornano. Non c'è un modo per recuperarli. Non con la magia. Non con altro.»

Niente.

Brian non si mosse.

Rimase esattamente dov'era, nella stessa posizione, gli occhi fermi su Filippo che guardava le maschere.

Giusy, dall'angolo, aveva sentito.

Non disse niente.

Abbassò la testa.

Filippo disse, a nessuno in particolare:

«Queste maschere hanno tutte la bocca aperta.»

Nessuno rispose.

Poi Brian si alzò.

Prese il liuto dalla sedia accanto.

Lo appoggiò sulla spalla.

Non con la cura con cui lo trattava di solito, con il gesto automatico di chi mette in tasca le chiavi di casa.

Si voltò verso Giordano.

«Quando partiamo?»

La voce era piatta.

Giordano lo guardò.

«Domani mattina. La Custode arriva all'alba.»

Brian annuì.

Si voltò verso Giusy.

La guardò un secondo.

Lei aveva ancora la testa abbassata, le mani strette in grembo.

«Giusy.»

Lei alzò gli occhi.

«Resti qui con lui?»

Giusy aprì la bocca. La richiuse. Annuì.

Brian annuì a sua volta.

Poi si avvicinò a Filippo, si inginocchiò davanti a lui fino ad essere alla sua altezza.

Il vecchio lo guardò con quella calma smarrita che era diventata la sua espressione di default.

Educata, distante, senza riconoscimento.

«Ciao» disse Brian.

«Ciao» rispose Filippo.

«Come ti chiami?»

Filippo ci pensò.

«Non lo so.»

«Ti chiami Filippo» disse Brian.

«È un bel nome.»

Il vecchio lo ripeté sottovoce, come assaggiandolo.

«Filippo.»

«Sì.»

Brian si rialzò.

Non aggiunse altro.

Si avviò verso l'uscita.

Giordano lo seguì.

Fuori, l'aria era fredda.

Le strade di Agridonia erano ferme, il Labirinto immobile, in ascolto.

Camminarono in silenzio per un po'.

Brian guardava avanti.

«Non è colpa tua» disse Giordano, alla fine.

Brian non rispose subito. Poi:

«Lo so.»

Una pausa.

«Ma l'ho promesso.»

«Giusto.»

Altra pausa.

«Ma le promesse non sempre si mantengono nel modo in cui le fai» disse Giordano.

«A volte cambiano forma. Diventano qualcos'altro.»

Brian si fermò.

Si voltò verso di lui.

Non con rabbia, con qualcosa di più stanco e più onesto.

«Dimmi che almeno possiamo fermare il coniglio» disse.

«Dimmi che almeno quello possiamo farlo.»

«Sì» disse Giordano.

«Quello possiamo farlo.»

Brian annuì.

Riprese a camminare.

Il liuto-corvo aprì il becco nell'oscurità e gracchiò una nota sola.

Bassa, breve, un punto fermo messo nel posto sbagliato.


L'OSSERVATORIO DEL NUCLEO, MATTINA PRESTO


Giusy aveva trovato una stanza all'Osservatorio.

Due letti.

Una finestra che dava sulle strade mobili di Agridonia, ferme a quell'ora.

Filippo dormiva.

Lei no.

Stava seduta sul bordo del letto, il flauto in grembo, le dita che sfioravano i fori senza premere.

Il gesto di chi pensa con le mani senza voler fare rumore.

Filippo si svegliò all'alba, come aveva sempre fatto.

Si sedette, guardò la stanza con quella calma smarrita che era diventata la sua espressione di default, e la vide.

«Buongiorno» disse.

«Buongiorno, zio.»

Filippo inclinò la testa.

«Mi chiami zio.»

«Sì.»

«Quindi sei mia nipote.»

«Sì.»

Ci pensò su.

«Come ti chiami?»

«Giusy.»

Lo ripeté sottovoce.

«Giusy.»

Come si memorizza un numero importante.

Lei lo guardò, fece una pausa.

«Ti ricordi il carro?» chiese.

Filippo scosse la testa.

«Vendevamo cose. Tu dicevi sempre che la tua merce era autentica, semi-autentica e felicemente inutile.»

Il vecchio la guardò senza riconoscere niente.

Ma qualcosa attorno agli occhi si mosse.

Non memoria.

Qualcosa di prima della memoria, un odore che porta verso un nome che non arriva mai del tutto.

«Felicemente inutile» ripeté, piano.

«Sì.»

Silenzio.

«Mi piace» disse Filippo.

Giusy abbassò gli occhi sul flauto.

Le dita si fermarono sui fori.

«Anche a me» disse.

Il lavoro sarebbe stato lungo.

Ricostruire una persona con i pezzi che restano, sapendo che alcuni non sarebbero tornati mai.

Ma era un lavoro.

E lei aveva intenzione di farlo.


IL CORTILE DELL'OSSERVATORIO, ALBA


La Custode arrivò quando il cielo era ancora grigio.

Comparve semplicemente all'ingresso del cortile, il Mantello quieto, gli occhi metallici che scandivano il gruppo riunito davanti all'Osservatorio.

Giordano.

Brian.

Kai.

Fuffi sulla spalla di Giordano, la stellina che pulsava piano.

Aethyr agganciato all'imbracatura sul petto di Giordano, la sua luce azzurra più contenuta del solito.

La Custode si fermò a tre passi dal gruppo.

Fuffi la guardò.

Non inarcò la schiena.

Non sputò scintille.

La guardò e basta.

Il Mantello frusciò, poi si quietò.

«Pronti» disse la Custode.

Non era una domanda.

«Tre Frammenti» disse Kai, con la mappa spiegata in mano.

«Tre destinazioni.» Indicò i punti.

«La prima è a tre ore di cammino.

Le altre due dipendono da come va la prima.»

Aethyr si illuminò.

«Percorsi calcolati. Variabili meteorologiche e di Nebbia incluse. Margine di errore: accettabile.»

Brian guardò la Custode.

«Hai mai lavorato con un archivio del Vecchio Mondo?»

«No.»

«Ti abituerai. Parla molto e a volte ha ragione.»

«Statisticamente, spesso» disse Aethyr.

Brian alzò il boccale vuoto che aveva portato fuori per abitudine.

«Alla salute.»

Nessuno rispose, ma Kai alzò la borraccia, e fu abbastanza.

Giordano guardò un'ultima volta verso l'Osservatorio.

Da qualche parte dentro, Giusy stava insegnando a Filippo il suo nome. Lorenzo e Vittorio stavano lavorando su qualcosa che nessuno dei due avrebbe mai pensato di costruire insieme.

«Andiamo» disse.

Si mossero.

Il cortile rimase vuoto dietro di loro.


FABIO CHIUDE


Brian ha preso il liuto e ha chiesto quando si partiva.

Non lo dimenticherò.

Non so se sia coraggio.

Non so se sia il modo in cui certi caratteri si proteggono dal dolore.

Forse sono la stessa cosa.

Tre Frammenti.

Tre strade.

Una Custode che per la prima volta lavora fianco a fianco con quelli che fino a ieri trattava come pedine da spostare sulla mappa.

E un fiore di cristallo che, nella torre, continua a custodire qualcosa che Giordano ancora non sa.

La prossima volta scopriremo se le vecchie abitudini muoiono così facilmente come si spera.

Perché una cosa è camminare insieme verso un Frammento.

Un'altra è fidarsi di chi cammina al tuo fianco quando qualcosa va storto.

E qualcosa, in questa storia, va sempre storto.

A presto, viandanti.



© Il Mondo Giordano — Giordano Project

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page