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DICIOTTESIMA PUNTATA

29 ago
Tempo di lettura: 10 min

Aggiornamento: 1 giorno fa

PUNTATA 18 S1


NESSUNO DA SOLO

Finale di stagione


FABIO APRE:


Lo sai chi fa più danni, in una storia?

Non il mostro.

Il mostro è facile, è brutto, fa paura, lo riconosci e lo combatti, e quando è polvere ti versi da bere.

I danni veri li fa quello che ti vuole bene e ha deciso, da solo, di sapere cos'è meglio per te.

Quello che non ti chiede niente.

Che il peso non lo divide con nessuno, perché si fida solo delle proprie mani. Che fa le cose di notte, mentre dormi,

«per il tuo bene»,

e poi se ne va prima che ti svegli.

Ne hai conosciuto qualcuno anche tu, scommetto.

Di solito è uno di famiglia.

Siamo alla fine, sai.

Di questo pezzo di strada, almeno.

Il coniglio è morto, la festa è finita, e per due giorni, due interi, è andato tutto bene.

Te l'avevo detto, di non fidarti della calma.

Ci sei cascato lo stesso.

Tranquillo: ci sono cascati anche loro.

Non te la racconto col fiocco, stanotte.

Stanotte qualcuno prende una cosa che non è sua, e qualcun altro lo lascia fare, e tutti e due hanno le loro ottime ragioni, e nessuno dei due ne esce contento.

È così che finiscono le storie vere.

Non con un vincitore.

Con due perdenti educati.

Io non so se sto per raccontarti una sconfitta o l'inizio di qualcosa.

Forse tutte e due.

Forse è la stessa cosa, e non l'abbiamo mai capito.

Entra.

Tieni quell'occhio aperto un'ultima volta.


DUE GIORNI


La calma durò due giorni.

Per come andavano le cose ultimamente da quelle parti, era quasi un'epoca d'oro.

All'Osservatorio del Nucleo, Aethyr aveva ripreso a leggere i segni dei Frammenti, un simbolo alla volta, lento, come uno che impara una lingua morta sillabando.

Lorenzo lo lasciava fare e dormiva poco.

Sara, nella torre dentro la Nebbia, si rimetteva insieme a modo suo.

Brian aveva ricominciato a suonare, e a lamentarsi che gli facevano male le dita, il che voleva dire che stava meglio.

Giusy non se n'era andata.

Era la prima volta, da quando il coniglio aveva svuotato Filippo, che le cose somigliavano a una vita.

Fu lì che successe.

Succede sempre lì.

Quando smetti di guardare.

La seconda notte Giordano non dormiva.

Non dormiva mai bene, ma quella notte meno del solito.

Era sceso a cercare qualcosa da bere, e Fuffi lo aveva seguito.

Solo che a metà corridoio Fuffi si era fermato.

Orecchie dritte.

La stella sul petto, ancora fioca dalla Nebbia, aveva fatto un guizzo storto.

Giordano seguì lo sguardo del gatto.

In fondo al corridoio, la porta dell'archivio era aperta.

Da dentro veniva una luce bassa.

Lui sapeva chi c'era.

Lo sapeva prima ancora di arrivare alla porta, come si sa una cosa brutta, di stomaco, prima che la testa la confermi.

Vittorio uscì dall'archivio con i sei Frammenti in una sacca di tela, e trovò il figlio sulla soglia.

Non sobbalzò.

Non era il tipo.

Si fermò e basta.

Si guardarono negli occhi, ma non c'era sorpresa nel loro sguardo.

Per un momento nessuno dei due disse niente.

Il corridoio era buio, la luce dell'archivio alle spalle di Vittorio lo rendeva una sagoma più che un uomo.

Fuffi si sedette accanto alla caviglia di Giordano e non si mosse.

Guardava Vittorio fisso, l'uomo che lo aveva voluto copiare, e ne aveva tirato fuori un mostro.

Vittorio gli ricambiò lo sguardo un istante, e fu lui ad abbassarlo per primo.

«Li stai rubando» disse Giordano.

«Li sto mettendo al sicuro.»

«Al sicuro da chi?»

«Da tutti. Da te. Da Lorenzo, soprattutto, che vuole leggerli ad alta voce in una piazza.» La sacca non si mosse.

«Sai cosa succede quando una cosa pericolosa la sanno tutti? Succede il Reset. È già successo una volta.»

Giordano lo guardò, e dentro gli morì qualcosa di piccolo che non sapeva nemmeno di avere.

Negli ultimi quarti di luna, la caccia, il coniglio, la Nebbia, aveva cominciato a pensare che dentro suo padre fosse rimasto un angolo non marcito.

La collaborazione gliel'aveva fatto credere.

Vedere due vecchi nemici allo stesso tavolo ti mette in testa idee ottimiste.

Adesso quell'angolo si chiudeva, e faceva il rumore di una porta d'archivio.

La melagrana sulla nuca cominciò a pulsare.

Piano, poi meno piano.

Giordano la sentì accendersi come si accende un motore che non hai chiesto tu di avviare.

E sapeva, lo sapeva senza sapere come, che se avesse voluto, in quel momento, avrebbe potuto fermarlo.

Inchiodarlo lì.

Strappargli la sacca senza nemmeno toccarlo.

Il potere era lì, pronto, a costo zero.

Non lo fece.

Chiuse la mano.

La cicatrice si spense, delusa, come un cane richiamato.

«Cosa mi hai fatto?» disse invece. Piano.

«Questa cosa sulla testa. Faccio l'impossibile e non pago niente, e tu, l'altra sera, quando l'ho detto, non ti sei stupito. Per niente. Quindi lo sai. Cosa mi hai fatto, padre?»

Vittorio lo guardò a lungo.

Per un istante, uno solo, qualcosa gli attraversò la faccia.

Non rimorso. Qualcosa di più vecchio e più stanco.

La faccia di un uomo a cui hanno appena chiesto il conto di una cosa fatta tanti anni prima, di notte, su un bambino addormentato.

«Te l'ho fatto perché non morissi. Come è morta lei.» Una pausa.

«Il resto, quello che costa davvero, e a chi tocca pagarlo, lo capirai. Ma non stanotte. E quando lo capirai, ragazzo, non mi ringrazierai. Mi odierai più di adesso.» Un'altra pausa, più corta.

«E avrai ragione tu.»

Non spiegò.

Non spiegò niente.

E quel non-spiegare fu la cosa più crudele che gli avesse detto in tutta la vita, perché gli lasciava in mano una domanda con dentro un'altra domanda, e nessuna chiave per aprirle.

Giordano non insistette.

Capì che non avrebbe cavato altro.

Allora gli disse l'unica cosa che gli era rimasta.

«Va bene. Prenditeli, i Frammenti. Prenditeli e vai.»

Fece un passo indietro, e liberò la porta.

«Ma ti dico io come finisce. Il tuo disegno crolla. Magari non subito. Ma crolla. Perché tu stai lì, con la tua sacca e i tuoi segreti e le tue ottime ragioni, e sei solo. Sei sempre stato solo. E adesso lo sei di più.» Respirò.

«Noi no. Noi siamo una squadra. Ci dividiamo i pesi, ci teniamo le mani, ci raccontiamo le cose anche quando fanno schifo. Tu porti tutto da solo. E le cose portate da soli, prima o poi, la schiena te la spezzano.»

Vittorio ascoltò.

Non ribatté.

«Lo so» disse soltanto.

E fu peggio di qualunque cosa avrebbe potuto rispondere.

Perché non era una resa, e non era un rimpianto.

Era un uomo che la solitudine se l'era scelta tanto tempo prima, a occhi aperti, e ci si era seduto dentro come ci si siede in una poltrona vecchia. Sapeva di essere solo.

Lo era apposta.

Qualcuno, secondo lui, doveva esserlo, qualcuno doveva tenere le cose pericolose lontano da tutti, e pagarne il prezzo per intero, senza dividerlo con nessuno.

Era il contrario esatto di tutto quello che il figlio gli aveva appena detto.

Si tirò su il cappuccio.

Passò accanto a Giordano, vicino, talmente vicino che per un attimo furono di nuovo solo un padre e un figlio in un corridoio, di notte, come quando Giordano era piccolo e tra loro due non c'era ancora nessuna cicatrice.

Poi uscì nella notte, con sei pezzi di mondo in una sacca di tela.

Giordano lo lasciò andare.

Fu la cosa più difficile che avesse mai fatto.

Più difficile dell'impossibile.


SEI ASSENZE


Lontano, nella Cintura Nebula, Sara si svegliò di colpo.

Non aveva sentito un rumore.

Aveva sentito un'assenza, sei piccole assenze, per la precisione, come quando ti svegli e sai, prima ancora di allungare la mano, che il letto accanto è vuoto. Il Mantello glielo disse a modo suo, con un brivido lungo le clausole.

I Frammenti avevano lasciato il Nucleo.

Si tirò su.

Provò a chiamare la Nebbia, a muoverla, a uscire.

La Nebbia la guardò e non si mosse.

Era ancora troppo poco, lei, il filo troppo sottile dopo quello che aveva dato sulla roccia.

«Vai» disse, a nessuno, alla notte.

«Vai a fermarlo.»

Ma non c'era più nessuno da mandare.

E lei non poteva andare.

Si era sacrificata per salvarli tutti, e il prezzo di quel sacrificio era esattamente questo: che adesso, proprio adesso che sarebbe servita, era a letto in una torre, debole come un gattino.

Pagava ancora.

Si paga sempre.

Anche dopo.


IL TAVOLO VUOTO


La mattina, l'Osservatorio sembrava una casa svaligiata, perché era esattamente quello che era.

Lorenzo stava davanti al tavolo, dove la stella d'oro non c'era più.

Non urlò.

Gli uomini come Lorenzo non urlano, fanno di peggio: restano zitti e pensano. Aethyr, sul suo supporto, disse la cosa che nessuno voleva sentire.

«Avevo finito il quattro per cento della scansione» disse la sfera.

«Senza i Frammenti fisici non vado avanti. La parola chiave resta dov'era.»

Quattro per cento.

Lune di caccia, gente svuotata della memoria, un coniglio, una Custode a pezzi, e di quella parola per cui era cominciato tutto avevano in mano il quattro per cento di niente.

Brian arrivò che si stava ancora svegliando, il liuto sulla spalla per abitudine. Guardò il tavolo vuoto.

Guardò Giordano, in piedi alla finestra, con la faccia di uno che non aveva dormito.

«L'hai visto andare via» disse Brian, piano.

Non era un'accusa.

Era una cosa capita guardandolo.

«Sì.»

«E l'hai lasciato andare.»

«Sì.»

Brian annuì, lento.

Non disse niente per un secondo.

Poi:

«Bene.»

Giordano si voltò.

«Bene?»

«Potevi fermarlo. Lo so io, lo sai tu. E non l'hai fatto, perché era tuo padre e perché tu non sei come lui.»

Brian si strinse nelle spalle.

«Non è bene per i Frammenti. Ma è bene per te. E a me, alla fine della giornata, di te frega di più che di sei pezzi misteriosi.»

Giusy era arrivata nello stesso momento di Kai.

Si misero intorno al tavolo vuoto.

Giordano, Brian, Giusy, Kai, Lorenzo, Aethyr che pulsava piano nel mezzo e Fuffi acovacciato sotto il tavolo.

Per lune quel gruppo si era trovato attorno a quel tavolo per guardare una mappa coperta di macchie nere.

Adesso non c'era la mappa, non c'erano le macchie, il coniglio era polvere e mancava un pezzo di mondo.

Sembrava una fine.

«Quindi» disse Kai, che alle fini non aveva mai creduto granché, era uno che contava.

«Lui ha sei Frammenti che non sa leggere. Noi sappiamo dove non sono, e abbiamo una macchina che ci mette lune a leggerli, ma solo appena ce li riprendiamo.» Si girò una matita tra le dita.

«A me pare l'inizio di qualcosa. Non la fine.»

«È l'inizio di qualcosa» disse Giordano.

Lo disse e si sentì strano a dirlo, perché per tutta la storia non aveva voluto essere lui a dire frasi del genere.

Non aveva voluto essere il centro.

Aveva passato lune a sperare che scegliesse qualcun altro, che il dito puntato addosso si spostasse, che ci fosse un modo per stare in mezzo senza decidere da che parte.

Non c'era.

Lo aveva capito guardando suo padre uscire da una porta.

«Andiamo a riprenderceli» disse.

E stavolta non era una speranza.

Era una squadra.

«Tutti insieme. Nessuno da solo.»

Nessuno si tirò indietro.

Era quella, alla fine, l'unica cosa che avevano e che Vittorio non avrebbe avuto mai.


LA MASCHERA CHE GIRA


Quella stessa sera, dall'altra parte di Agridonia, al Centro le Maschere entrò un uomo che nessuno aveva mai visto.

Non aveva niente che si notasse.

Era forse quella la cosa che si notava di più.

Vestito da viandante, la faccia di uno che ha camminato molto e parlato poco. Si sedette al bancone, ordinò, pagò con Oboli puliti, di quelli che non erano passati per troppe mani.

Bevve in silenzio.

Poi, come si chiede del tempo che farà domani, fece una domanda a Marcello.

«Il Nucleo» disse.

«Quello degli alchimisti, qui ad Agridonia.» Un sorso.

«Dove lo trovo?»

Marcello, che di gente strana ne serviva da una vita, glielo disse senza pensarci.

Un'indicazione, due strade, niente di che.

L'uomo ringraziò.

Finì da bere.

Lasciò una mancia giusta, né troppa né poca, la mancia di uno che non vuole essere ricordato.

Poi se ne andò, nella direzione che gli avevano indicato.

Sopra il bancone, una maschera girò piano sul suo filo.

Nessuno la stava guardando.

E così nessuno vide da che parte si era voltata.


FABIO CHIUDE:


Allora.

È finita.

Questa parte, almeno.

Hanno vinto, se vuoi chiamarla così.

Il mostro è polvere.

Ma guarda cosa è rimasto sul tavolo, a luci spente.

Un vecchio che sorride e non ricorda il suo nome.

Una donna in una torre, troppo stanca per alzarsi, che ha pagato per salvarli e adesso paga di nuovo, per averli salvati.

Un uomo che cammina nel buio con sei pezzi di mondo in una sacca, e che ha scelto di portarseli da solo, perché è l'unica cosa che gli riesce.

Hanno pagato tutti, stanotte.

Tutti tranne uno.

C'è un ragazzo, con una melagrana sulla nuca, che fa cose impossibili e non paga mai.

E io non so ancora dirti perché.

So solo che in questo mondo niente è gratis, e che un conto non pagato non sparisce.

Aspetta.

Cresce.

E prima o poi bussa.

Però una cosa l'hanno avuta, e suo padre no.

Si sono guardati intorno a un tavolo vuoto, e invece di sciogliersi si sono stretti.

Nessuno da solo, ha detto il ragazzo.

E per una volta non era una speranza.

Era una promessa, fatta da gente abbastanza stanca da mantenerla.

Quanto alla parola.

Quella per cui era cominciato tutto, sei pezzi e un solo segreto nel mezzo, be', adesso è là fuori.

In una sacca di tela, su una strada, nella testa di un uomo che non sa leggerla e nella memoria di una macchina che ci metterà lune.

Non è stata detta.

Non stanotte.

Forse è meglio così: certe parole, quando le pronunci, non le rimetti più dentro.

Ma è là fuori.

Ricordatelo.

Una parola sola, sei pezzi, e qualcuno la sta ancora cercando.

Ah.

E c'è quell'uomo, al Centro, che stanotte ha chiesto dov'era il Nucleo.

Niente, probabilmente.

Uno di passaggio.

Agridonia ne è piena.

Solo che gli Oboli erano troppo puliti, e la mancia troppo giusta.

E di quelli che non vogliono essere ricordati, sai, io me li ricordo sempre.

Una cosa, infine, resta nostra.

Tua e mia, e adesso anche di Giordano.

Tu lo sai chi è davvero la donna nella torre.

Il resto della squadra no.

Tienitela stretta, quella verità, come si tiene una cosa che un giorno farà rumore.

Io, per stanotte, ho finito.

La strada è quella che è, e domani ricomincia.

Ma stanotte no.

Te l'avevo detto, all'inizio, di tenere un occhio aperto.

Adesso puoi chiuderlo.

Ci penso io a guardare, finché non torni.

Ci si vede nella "Stagione delle strade".


Ci siete arrivati.

Fino in fondo.

Questa parte, almeno.

Chi ha seguito tutto, le vicende, le stanze, le risate nell'ufficio sbagliato, sa già cosa deve fare.

Trovare una frase.

Solo tre parole.

Quelle che Giordano ha detto stanotte come se fossero una promessa.

Quelle che leggi nella testata di questa puntata.

Scrivetele nei commenti.

Il Nucleo vi manda l'ultimo frammento del Codice Maestro.

E poi, buona fortuna con la soluzione.

Fabio



© Il Mondo Giordano — Giordano Project

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