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DICIASETTESIMA PUNTATA

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 10 min

PUNTATA 17 S1


TANTE MANI


FABIO APRE


Stanotte, finalmente, si festeggia.

Il coniglio è morto.

La cosa che si mangiava i ricordi della gente è un mucchietto di polvere bianca in cima a una roccia, e per la prima volta da quarti di luna al Centro le Maschere ci si può ubriacare senza guardarsi le spalle.

Birra scaduta, torta di radici, una canzone cantata male.

Se lo sono meritato, poveracci.

Lasciaglielo.

Ma io, mentre loro brindano, tengo gli occhi aperti.

Perché c'è una regola, in questo mondo, che vale più di tutte: niente è gratis. Una vittoria costa.

E quando la festa è tutta da una parte sola della città, di solito vuol dire che il conto lo stanno scrivendo dall'altra.

Io non so ancora cosa c'è scritto, su quel conto.

Te lo dico onesto.

Lo scopriamo insieme.

Per adesso entra.

Prenditi un boccale, ridi con loro, hanno vinto.

Ma non chiudere tutti e due gli occhi.

Stanotte uno tienilo aperto.

Come me.


CONFINI DI AGRIDONIA


La Nebbia, quella mattina, era più sottile del solito.

Come se anche lei avesse passato una brutta notte.

La Custode e Giordano stavano sul confine, dove la pietra di Agridonia finisce e comincia la Cintura.

Camminava a fatica e Giordano gli offriva la spalla per potersi appoggiare.

Il Mantello le pesava sulle spalle in un modo nuovo:

non più pesante di stoffa, pesante di vuoto, come una giacca con le tasche piene di cose che non ci sono più.

«Ti accompagno» disse Giordano.

«No.»

«Almeno fino alla torre.»

«Giordano.»

Si voltò appena.

Sotto il cappuccio, gli occhi erano stanchi in un modo che lui non le aveva mai visto.

«Devo rimettermi insieme da sola. La Nebbia lo fa, ma a modo suo, e a modo suo vuol dire senza nessuno a guardare.» Una pausa.

«E poi adesso tu sai una cosa. Più mi stai vicino, più rischi di lasciartela scappare.»

Lui non disse niente per un pezzo. Poi:

«Zia.»

La parola gli era uscita storta, come una scarpa nuova.

Era la prima volta che la diceva.

Sara sorrise, ma non rispose subito.

Qualcosa, sotto il Mantello, si fermò un istante.

«Non davanti agli altri» disse piano.

«Mai davanti agli altri.»

«Daccordo.»

«E non aspettarti che diventi brava a sentirmelo dire. Ho passato anni a non essere chiamata in nessun modo.»

Fuffi le girò intorno alle caviglie una volta, due.

Poi tornò a sedersi accanto a Giordano.

La sua scelta era fatta da un pezzo, e non era cambiata stanotte.

Sara lo guardò.

«Tienitelo stretto, quello. Costa più di tutti noi messi insieme, e non lo sa nessuno.»

Poi entrò nella Nebbia, e la Nebbia si richiuse dietro di lei come fa l'acqua.


LA FESTA


Al Centro le Maschere, intanto, si festeggiava.

Era una cosa strana da vedere.

Per lune quel posto si era svuotato ogni volta che entrava qualcuno con la faccia sbagliata.

Adesso era pieno, le lanterne accese tutte insieme, le maschere alle travi che dondolavano per la corrente delle troppe voci.

Marcello aveva tirato fuori una botte che teneva da parte per

«un'occasione», senza aver mai detto a nessuno quale.

A quanto pare era questa.

Maestra Vira riempiva i boccali e teneva il conto di quanti, perché certe abitudini non se ne vanno nemmeno a guerra finita.

E dietro il bancone, maniche tirate su, c'era Kai.

Spillava birra con la concentrazione di uno che ha passato lune a contare disgrazie su una mappa e adesso, finalmente, aveva trovato un numero che gli piaceva: quanti boccali riusciva a riempire senza far debordare la schiuma. Marcello lo aveva arruolato d'autorità.

Gli aveva messo in mano la cannella della botte e gli aveva detto

«tu sai contare, qui dentro mi serve uno che sa contare».

Più tardi lo aveva spostato in cucina, a sorvegliare una torta di radici.

Kai la rigirava, la annusava, la guardava storto.

«Marcello.»

«Eh.»

«Questa torta sa di cantina.»

«È torta di radici. Deve sapere di cantina.»

«Ah. Allora è venuta benissimo.»

Sembrava una festa vera.

E lo era.

Solo che, se ti fermavi un attimo e guardavi bene, in quella stanza piena mancavano due persone.

Una era andata nella Nebbia a rimettersi insieme i pezzi.

L'altra era seduta proprio lì, al tavolo, con un boccale davanti e un sorriso gentile, e non aveva la più pallida idea del perché fossero tutti così contenti.

Giusy si era seduta accanto allo zio.

Gli aveva versato da bere lei, come sempre, e Filippo l'aveva ringraziata con quella cortesia che ormai usava con chiunque:

perché quando non sai chi è la gente, la tratti tutta da sconosciuti educati.

«Lo abbiamo preso, zio» gli disse, piano, solo per lui.

«Quel coso. Il coniglio. Quello che ti ha—» Si fermò.

Cambiò strada.

«Non c'è più. L'abbiamo fatto fuori.»

Filippo annuì, e sorrise, e fu chiaro che aveva sentito il tono e non le parole. «Bene» disse.

«Bene, bene.» Poi indicò il liuto di Brian, dall'altra parte della stanza.

«Quel coso lì, suona?»

«Sì, zio. Quando vuole.»

«Bello.» Filippo tornò a guardare il suo boccale, contento, come uno che ha ricevuto una buona notizia di cui non capisce il contenuto ma di cui apprezza la musica.

Giusy continuò a parlargli lo stesso.

Gli raccontò tutto: la Nebbia, il contratto, il gatto, la polvere bianca.

Glielo raccontò per intero, dall'inizio alla fine, sapendo benissimo che non avrebbe capito niente.

Lo raccontava per sé, forse.

O lo raccontava perché c'è differenza tra un uomo a cui non dici le cose e un uomo a cui le dici e basta:

quella differenza, anche quando lui non se ne accorge, te ne accorgi tu.


OSSERVATORIO DEL NUCLEO


Dall'altra parte di Agridonia, all'Osservatorio, non festeggiava nessuno.

Lorenzo e Aethyr stavano chini sui sei Frammenti da ore.

La sfera di bronzo pulsava piano, e scansionava, riga dopo riga, segno dopo segno.

Sul tavolo i petali tenevano ancora la loro stella, e sopra correvano quelle scritte che nessuno sapeva leggere.

«Allora?» chiese Lorenzo.

«Allora ci vuole tempo» disse Aethyr.

«Posso copiare ogni segno. Posso confrontarlo con tutto quello che ho nei data base. Ma questa roba è vecchia, e senza poter fare ricerche adeguate ci vorrà tempo. Quarti di luna. Forse lune.»

«Data che? Non importa, non abbiamo lune.»

«Oltre a decifrare i simboli incisi dobbiamo capire la loro origine, e confermare che si tratta di una lingua antica, ho bisogno di tempo.»

Vittorio stava in piedi vicino alla parete, dove le ombre erano più comode. Non aveva mai amato la luce dell'Osservatorio.

Da quando erano tornati dalla Nebbia non aveva quasi aperto bocca, e a una festa, dall'altra parte della città, non era stato nemmeno invitato, cosa che andava bene a tutti, lui compreso.

Parlò adesso.

La domanda arrivò di lato, come arrivavano sempre le sue.

«Come avete fatto a riportarlo indietro?»

Lorenzo non si voltò.

«Chi, Aethyr?»

«Si lui.»

«Era spento. L'abbiamo riacceso. La tecnologia del Vecchio Mondo non è morta, è solo in pausa. La magia la rimette in moto.»

«E il prezzo.»

Adesso Lorenzo si voltò.

«Cosa?»

«Ogni magia ha un prezzo» disse Vittorio.

«Riportare in vita una cosa così, un'intelligenza intera, dovrebbe costare un patrimonio di vita. Tu stai sempre bene e usi la magia spesso. Come fai?»

Lorenzo lo guardò un momento.

Poi, forse perché la guerra era finita, forse perché era stanco, glielo disse.

«Non si paga da soli. È quello il trucco. Un rituale del genere lo fanno trenta persone insieme, a volte di più. Il costo si divide. Per trenta, un patrimonio diventa una mancia. Nessuno ci rimette abbastanza da accorgersene.»

Si strinse nelle spalle.

«E riaccendere è la cosa facile. Non crei niente. Sposti una cosa che c'è già. Quella lì,» indicò Aethyr,

«costa poco. È creare dal niente che ti svuota. Lo sappiamo bene tutti e due, no?»

Vittorio non rispose alla domanda.

Ma qualcosa, nel modo in cui guardava prima Aethyr e poi i Frammenti sul tavolo, disse che la risposta se l'era presa e l'aveva messa via.

Si divide il prezzo.

Tante mani, poco peso per ciascuna.

Era così che ragionava il Nucleo.

Lui, in vita sua, aveva sempre fatto l'opposto.

Una mano sola, e il peso tutto su un altro.

Forse era anche per quello che stava lì, contro il muro, mentre la festa era dall'altra parte della città.


CENTRO LE MASCHERE


Al Centro, Giordano era appena tornato dalla Cintura Nebula. Brian l'ho aveva trascinato in un angolo.

Due boccali e una panca, lontano dal casino.

«Allora» disse Brian.

«Me lo dici o no, com'è che hai fatto quella volta?»

«Te l'ho già detto. Non lo so. Fuffi mi ha guardato e—»

«E qualcosa è scattato, sì. Bella storia. La racconti bene.» Brian bevve.

«Ma c'è una cosa che non torna, e ci ho pensato, nei momenti morti, che con questo mestiere sono parecchi.» Si voltò.

«Quella roba che hai fatto avrebbe dovuto ammazzarti. La magia si paga, lo sanno anche i bambini. E tu non hai pagato niente. Stai benissimo. Sei pure ingrassato.»

«Non sono ingrassato.»

«Un po'.»

Giordano si toccò la nuca, dove la melagrana spezzata se ne stava buona.

«È questa» disse, piano.

«Credo. Penso che sia questa. Che il prezzo, per qualche motivo, io non lo paghi. Che sia per via di—» Indicò la cicatrice.

«Ma non lo so, Brian. È solo una sensazione. Non so come funziona. Non so neanche se è vero.»

Brian lo guardò.

Per un attimo fu serio.

Poi, perché era Brian, non riuscì a tenerla.

«Magari il conto arriva per posta» disse.

«In ritardo. Con gli interessi. Un giorno ti svegli e c'è un tizio sulla porta con una fattura lunga così.»

«Non è divertente.»

«No. Però è probabile. Hai presente le cose gratis? Non esistono.

Te lo dico io, che ho brindato per anni alla salute di gente che poi mi ha presentato il conto.»

Giordano non rise.

Brian smise di scherzare.

Posò il boccale.

«Senti. Io di cicatrici e di prezzi e di magia non capisco un cazzo. Ma una cosa la so. Qualunque cosa sia quella roba sulla tua nuca, e qualunque cosa ti costi, o non ti costi, non la affronti da solo. Mai. Anche se diventi la persona più potente di questo mondo schifoso. Anche se diventi un dio, io resto quel deficiente col liuto che ti rompe le palle. Chiaro?»

Giordano lo guardò.

«Chiarissimo.»

«Bene. Non lo ripeto, mi viene l'orticaria.» Brian riprese il boccale.

«E comunque sei ingrassato.»

Più tardi, quando il casino si era ammorbidito e qualcuno aveva cominciato a cantare male, Giusy trovò Brian fuori, sul gradino, a guardare Agridonia che si era ripresa il suo cielo.

Si sedette accanto a lui.

Non si dissero niente per un po'.

Era una cosa che sapevano fare, ormai.

Stare zitti vicini.

L'avevano imparato in fretta, da quando le loro mani si erano trovate sopra un abisso senza chiedere il permesso a nessuno.

«Voglio entrare» disse Giusy, alla fine.

«Entrare dove?»

«Nella squadra.»

Brian la guardò.

«Ci sei già dentro. Da quarti di luna.»

«Ci sono entrata per Filippo.» Guardava dritto davanti a sé.

«Per riprendermelo, o per farla pagare a quel mostro, non lo so neanche io. Ero venuta per quello, e basta. Mi fidavo di voi quanto ci si fida di un mercante che ti giura che il prezzo è buono.» Una pausa.

«Adesso no. Adesso voglio restare perché ho capito una cosa.»

«Quale?»

«Che non è solo una guerra tra fazioni. Che dietro c'è il futuro di questo posto.

Tutto qui. Il futuro del mondo, messo nelle mani di un ragazzo confuso, di una strega che si nasconde, di un gatto e di un ubriacone col liuto.» Si voltò verso di lui.

«Me l'aveva detto Filippo, sai. Sul sentiero, quel giorno. Prima del coniglio.» Una pausa.

«Mi aveva detto che il futuro di questo mondo era nelle mani di chi era nato dopo il Reset, nelle nostre mani.

Che se tu stavi aiutando Giordano a provarci, non era sbagliato.»

Si strinse nelle spalle.

«Disse anche che sarei stata perfetta, che avrei messo un po' d'ordine in quel caos.» Una pausa più corta.

Brian non disse niente.

«Lui non se lo ricorda più, quel discorso. L'ha mangiato il coniglio insieme a tutto il resto.»

Si mise le mani sul volto, e la voce le restò ferma solo perché ci mise una certa fatica.

«Quindi me lo ricordo io. Per tutti e due. È il minimo.»

Brian allungò una mano e prese la sua.

Stavolta lo decisero, tutti e due.

Rientrarono che la festa stava calando, in quel momento in cui la gente comincia a parlare più piano e a guardarsi le mani.

Kai aveva mollato la cannella della botte e si era seduto su uno sgabello, finalmente fermo, con l'aria di uno che non contava niente da ore e ci stava prendendo gusto.

Filippo era ancora lì, al suo tavolo.

Aveva chiesto, a chiunque passasse, se quello col liuto prima o poi suonava. Lo aveva chiesto sei o sette volte, sempre come fosse la prima.

Brian lo sentì.

Si fermò.

Per lune non aveva suonato.

Aveva preso il liuto-corvo, se l'era messo sulla spalla, e poi l'aveva riappoggiato, ogni volta.

Non si era mai chiesto troppo perché.

Le mani non gli andavano, ecco tutto.

C'era in giro una cosa che mangiava i ricordi, e suonare gli sembrava come accendere una candela in una stanza che qualcuno stava già svuotando.

Brian si sedette davanti a Filippo.

Si mise il liuto sulla spalla.

Stavolta non lo riappoggiò.

«Cosa ti suono, vecchio?»

Filippo lo guardò con quel sorriso gentile da sconosciuto educato.

«Non saprei» disse.

«Qualcosa che mi faccia ricordare.»

Brian si fermò.

Un istante solo.

Poi sorrise: un sorriso storto, di quelli che costano.

«Vediamo cosa si può fare» disse.

E suonò.


OSSERVATORIO DEL NUCLEO


All'Osservatorio, intanto, le lanterne erano quasi tutte spente.

Lorenzo se n'era andato da un pezzo: a dormire, o a fingere di farlo.

Aethyr riposava sul suo supporto, la sfera buia, in quella cosa che fa una macchina quando smette di pensare e non si capisce se è spenta o solo in attesa.

I sei Frammenti erano rimasti sul tavolo.

Nessuno li aveva messi via: tanto, chi li voleva?

Erano illeggibili.

Erano al sicuro proprio perché nessuno sapeva cosa farsene.

Vittorio era ancora lì.

Non li toccò.

Si limitò a guardarli:

la stella d'oro, i segni che nessuno sapeva leggere.

E poi la porta dell'archivio.

Poi la serratura.

Tante mani fanno poco peso, aveva detto Lorenzo.

Una sola fa tutto il danno.

Lui lo sapeva meglio di chiunque.

L'aveva sempre fatto da solo.

E da solo, prima o poi, l'avrebbe fatto anche stavolta.

Fuori, lontano, dalla parte del Centro le Maschere, si sentiva un liuto.

Lui non lo sentì.

O fece finta di niente.

Con certa gente non si capisce mai.


FABIO CHIUDE


Era la loro serata.

E per una sera, guarda, è stato pure bello.

Brian ha ripreso a suonare.

Lo aspettavo da lune, quel momento.

Il liuto che taceva mi faceva quasi più paura del coniglio.

Giusy si tiene una mano che stavolta ha scelto di tenere.

Un ragazzo ha chiamato «zia» una donna per la prima volta, piano, dove non lo sentiva nessuno.

E un vecchio che non ricorda più niente ha chiesto una canzone che lo facesse ricordare qualcosa.

Gliel'hanno suonata.

Non ha funzionato.

Ma gliel'hanno suonata lo stesso, perchè forse se la ricorderà.

Ed è quello che conta:

anche quando non serve.

Soprattutto quando non serve.

È la loro forza del gruppo che si è creato, se vuoi saperlo.

Sono in tanti.

Si dividono i pesi, si tengono le mani, raccontano le cose anche a chi non le capisce più.

Tante mani fanno poco peso a testa.

È un trucco vecchio come il mondo, e funziona.

Poi c'è chi le mani le tiene da solo.

Dall'altra parte della città, al buio, mentre il liuto suonava, c'era un uomo che guardava sei pezzi su un tavolo e la serratura di una porta.

Non ha toccato niente.

Ma sai una cosa? Io, da stanotte, dormo un po' peggio.

E faresti bene a dormire peggio anche tu.

La festa è finita.

La birra speciale di Marcello è finita. La torta di radici, dicono, sapeva di cantina umida.

E adesso comincia la calma.

Tieni un occhio aperto.

Ci vediamo nel prossimo quarto di luna Viandanti.




© Il Mondo Giordano — Giordano Project

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