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SEDICESIMA PUNTATA

  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 13 min

PUNTATA 16 S1


NON TI AFFEZIONARE



FABIO APRE:


C'è una parola che oggi va fortissimo.

Efficiente.

Ottimizza.

Snellisci.

Libera spazio.

Taglia il superfluo, butta quello che non ti serve, alleggerisciti.

Te lo dicono i corsi, le app, quelli col sorriso fisso che ti spiegano come svuotarti la testa in cinque mosse facili.

La felicità, a quanto pare, è una cartella di download da ripulire.

Tienitelo a mente.

Stanotte conta.

Perché là fuori, nella Cintura Nebula, dove la nebbia ti entra nei polmoni e ti porta via i pensieri uno alla volta, c'è una creatura efficiente sul serio.

La cosa più pulita, ordinata e ottimizzata che questo mondo abbia mai prodotto.

Mangia i ricordi della gente e non lascia traccia.

Niente di superfluo.

Niente di inutile.

Solo persone in piedi, occhi aperti, leggere leggere, finalmente libere dal peso di sapere chi sono.

Stanotte provano a ucciderla.

E non con una spada, quelle non l'hanno nemmeno graffiata.

Io non so se hanno ragione loro o se ha ragione lei.

Te lo dico onesto.

So solo questo:

per battere la cosa più efficiente del mondo gli toccherà tirare fuori la cosa più semplice che c'è.

La più ingombrante.

La più stupida.

Quella che ogni manuale ti dice di tagliare per prima.

Entra.

E tieni d'occhio le mani della gente, stanotte.

Dicono più delle facce.


LA CINTURA NEBULA


La Nebbia, nella Cintura, non era aria.

Era roba che entrava. Nei polmoni, e poi un po' più dentro, dove l'aria non dovrebbe arrivare.

Sapeva di ferro bagnato e di carta lasciata a marcire.

E di una terza cosa che Brian, più tardi, avrebbe definito

«come i sogni quando li scordi sul comodino e vanno a male».

Stavano in cerchio, su una lingua di pietra sospesa sopra il niente.

Sopra di loro non c'era cielo, solo foschia che faceva luce da sola, viola e grigia, come un livido che non si decide a guarire.

Giordano, la melagrana sulla nuca che pulsava a vista.

Brian, il liuto-corvo stretto al petto come uno scudo che non avrebbe fermato niente.

Lorenzo e Vittorio ai due lati opposti del cerchio, come sempre, due calamite girate dalla parte sbagliata.

Giusy un passo indietro, le mani in tasca, la mascella stretta: era venuta per una cosa sola, e quella cosa non si chiamava Frammento.

Kai stava vicino alla sfera di Aethyr, e teneva gli occhi sul coniglio come si tiene d'occhio un conto che non torna.

Era stato lui a segnare ogni avvistamento sulla mappa, un quarto di luna dopo l'altro.

Conosceva quella bestia meglio di tutti, ed era esattamente per questo che aveva meno voglia di chiunque di trovarsi lì.

E poi la Custode.

Il Mantello dei Contratti addosso, vivo, che le sussurrava clausole in lingue che non parla più nessuno.

Fuffi seduto accanto a lei.

La stella sul petto faceva un ronzio basso, di quelli che senti coi denti prima che con le orecchie.

Il rombo arrivò da lontano.

Un tamburo suonato dentro una testa vuota.

Poi la Nebbia si aprì, e uscì lui.

Tre metri.

Forse di più.

Orecchie strappate, occhi come due buchi praticati nel reale.

Il pelo era fumo che si era fatto solido senza ancora saperlo bene: colava a pezzi, si rifaceva a ogni passo.

Dove metteva le zampe il mondo si scoloriva.

I suoni si ammorbidivano.

Persino la paura, intorno a lui, diventava una cosa già successa, e già dimenticata.

Era cresciuto.

Ogni nome che si era mangiato lo aveva fatto più grosso.

Adesso era una montagna.

Brian deglutì.

«Ogni volta che lo vedo» disse piano «giuro che smetto di bere. Per almeno dieci minuti.»

Il corvo sul liuto gracchiò una nota storta, e tacque.

Giusy non disse niente.

Guardava il coniglio come si guarda chi ti è entrato in casa a rubare: con la voglia di chiedergli conto, e la certezza che tanto quello che ha preso non te lo ridà.

Giordano fece un passo.

La Custode gli mise davanti un braccio, metallo e tessuto.

«No. Vado prima io.»

La voce le usciva metallica, come un gong battuto sott'acqua.

«Non sei un'esca» disse Giordano.

«Non ti stiamo—»

«Lo so.»

Lo interruppe senza alzare il tono.

«E proprio per questo ci vado io. Non gli buttiamo della carne. Gli offriamo un contratto.»

Il Mantello si mosse.

Annuì, quasi.

Fili d'acciaio e pergamena viva le scivolarono lungo le braccia e si chiusero in qualcosa che somigliava a una toga.

Vittorio la guardava a mascella stretta.

La Custode guardò il bordo, l'abisso oltre.

«Stavolta, almeno, scelgo io cosa firmo.»

Lorenzo la osservò.

C'era qualcosa, negli occhi, che assomigliava al rispetto.

«Ti sei fatta giudice del processo a te stessa.»

«È l'unico processo in cui mi lasciano entrare.»

Fece un passo verso il bordo.

Il Mantello strisciò sulla pietra con un rumore di carte da gioco mescolate da un baro.

Kai la guardò andare.

L'ultima volta che quella donna gli aveva messo in mano qualcosa, era una chiave che non apriva niente.

Adesso stava mettendo sul tavolo se stessa.

Non disse niente.

Ma smise di stringere la mascella, e per come la conosceva lui, era il modo più vicino che aveva di dirle che il vecchio conto, stanotte, lo lasciava perdere.

Il coniglio si fermò a pochi metri dal precipizio che li divideva.

La Nebbia gli si raccolse addosso, come a volerlo nascondere anche adesso che era lì, enorme, davanti a tutti.

I due buchi che aveva al posto degli occhi si posarono sulla Custode.

Per un attimo non si mosse niente.

Solo la foschia, che girava in spirali lente, paziente.

Poi la Custode alzò le mani, e il Mantello si aprì.

Dentro c'era tutto.

Righe su righe.

Sigilli.

Firme bruciate.

Impronte fossili di gente che non c'era più.

Un archivio di patti che il mondo aveva firmato e poi scordato.

«Creatura del Reset.»

La voce le si amplificò, riempì la Nebbia.

«Io, portatrice del Mantello dei Contratti, ti offro.»

Un lembo di tessuto si staccò, volò avanti, si fermò a mezz'aria come una pergamena fatta di luce.

«Accesso. Al mio nucleo. Alle mie colpe, alle mie notti, a tutto quello che ho tenuto dentro e non ho mai dato a nessuno. Quello che ti piace. Quello di cui ti nutri.»

Il coniglio inclinò la testa.

Il fumo-pelo si agitò.

Incuriosito.

Affamato.

«In cambio» disse la Custode «per tutto il tempo dell'accesso, tu accetti una cosa sola. Di essere definito. Limitato. Comprensibile.»

Una pausa.

«Accetti di essere descrivibile.»

La parola cadde nella Nebbia come una bestemmia.

Il coniglio fece un verso che non si può scrivere, qualcosa tra un'unghia su una lavagna e un coro lontano a cui staccano la corrente.

Dalla sfera di bronzo sospesa poco fuori dal cerchio, la voce di Aethyr arrivò fredda.

«La proposta forza una definizione su un'entità nata prima delle definizioni. Probabilità di rottura: alta. Probabilità che salti tutto in aria, noi compresi: non bassa.»

Brian non rise, stavolta.

Aveva le nocche bianche intorno al manico del liuto.

Giordano nemmeno.

Guardava la Custode e basta.

Il coniglio si chinò verso la pergamena di luce.

Da vicino, il muso era una cosa che la testa faticava a tenere insieme: pelo fatto di righe di codice che scorrevano e si cancellavano da sole, denti che cambiavano forma a ogni istante, una lingua come un nastro che frusciava.

Allungò una zampa.

Le unghie non erano unghie.

Erano righe nere che si scrivevano da sole.

Toccò il bordo della pergamena.

Dove toccò comparve una firma.

Un graffio, prima. Poi un coniglio storto.

Poi una fila di zero e uno.

Poi niente, un vuoto pulito, e per qualche motivo quel niente faceva più paura di tutto il resto.

Aveva firmato.

Per fame.

Come firmano tutti.

L'aria si strinse.

La Cintura Nebula trattenne il fiato.

Il Mantello si contrasse intorno alla Custode.

Poi si spalancò all'indietro, e mise a nudo il centro

Era un vortice.

Luce e ombra che si accendevano e spegnevano troppo in fretta per stargli dietro.

Ma qualche immagine restava il tempo di un battito.

Una bambina sotto una pioggia di cenere.

Un Mantello appeso a un ramo, e delle firme che bruciano mentre lo tocca.

Sguardi di gente che cambia strada per non incrociarla.

Notti dentro la Nebbia, sola, a camminare i confini.

Una mano che la prende per il polso un attimo prima che cada in un cratere.

Il volto, no.

Il volto non si vede.

Il coniglio spalancò la bocca.

Non c'erano denti, dentro.

Né gola.

Solo un buco pieno di statico, come un televisore rotto sintonizzato sul niente.

Tirò.

I ricordi della Custode partirono verso quella bocca come fogli presi dal vento.

Lei vacillò.

Le dita tremarono.

Dietro la maschera di ferro, gli occhi le si annebbiarono.

Giusy guardava, e riconosceva.

Quella faccia l'aveva già vista.

Filippo l'aveva fatta, verso la fine, nei giorni prima di smettere di sapere chi fosse.

Brian aveva smesso di respirare.

Anche lei.

E senza che nessuno dei due lo decidesse, senza nemmeno guardarsi, le loro mani si trovarono, e si strinsero forte, come ci si tiene quando il pavimento ha smesso di essere sicuro.

Non era il momento.

Lo sapevano.

Ma le mani non leggono l'orologio.

Giordano scattò in avanti.

«Basta, la sta—»

La mano di Lorenzo gli cadde sulla spalla.

Ferma.

«Aspetta.»

La voce bassa.

«Se la fermi adesso salvi lei. E condanni tutti gli altri.»

E lì Giordano sentì la cosa che se la sarebbe portata dietro per un pezzo.

Lei stava pagando.

Pagava coi ricordi, col fiato, con pezzi di sé che non sarebbero tornati.

E lui era lì, fermo, con la mano di Lorenzo sulla spalla e una cicatrice sulla nuca che gli permetteva di non pagare mai.

La donna nella Nebbia firmava il conto.

Lui non lo firmava nemmeno quando avrebbe voluto.

Vittorio fissava il coniglio, lo sguardo duro, ma da qualche parte incrinato.

«Non sbagliare» mormorava, a se stesso più che a lei.

«Non sbagliare. Non sbagliare.»

Fuffi si alzò.

La stella sul petto cambiò colore.

Dal dorato al bianco.

Un bianco che faceva male a guardarlo.

Il pelo gli si rizzò come se l'avessero attaccato a una presa.

Dalla sfera, Aethyr:

«Portatrice in compromissione critica. Il guardiano è attivato.»

Giordano lo guardò.

«Fuffi.»

Gli occhi del gatto si chiusero in due fessure.

Per un istante la Nebbia smise di girare.

Tutta.

Poi Fuffi saltò.

Il corpo saltò, sì.

Ma la cosa vera che saltò era un'altra.

Una scia di luce gli uscì dal petto, attraversò l'aria, e si infilò nella bocca del coniglio insieme ai ricordi che stava ancora ingoiando.

Nessuno gli aveva insegnato come.

Non c'era una formula, non c'era un libro.

Fuffi sapeva da solo dove stava la crepa.

Perché ci era nato dentro, in quella crepa.

E mentre tutti si chiedevano cosa stesse facendo, lui era già arrivato dove voleva arrivare.

Dentro la bocca del coniglio, nel mezzo dello statico, qualcosa si accese.

Non un incubo.

Due visioni piccole.

La prima: un laboratorio.

Luci al neon che sfarfallavano.

Tavoli pieni di fili e pergamene e tazze di qualcosa lasciato a freddare.

E un gatto, piccolo, viola, magro, con un collare di una taglia troppo grande, che provava a salire su una pila di libri e cadeva.

Due mani lo raccolsero.

Le mani di Isa, sole, in quella stanza, perché ormai non c'era più nessun altro lì dentro.

Lo tennero un attimo, e in quell'attimo lo fecero: il seme, il rituale, un pezzo di sé dato via.

Un gatto nato dalle mani di chi lo voleva.

La seconda, più tardi, e lontano da lì: la Nebbia.

Un orlo di Mantello che striscia sulla roccia.

Lo stesso gatto, mandato da Isa a cercare una donna che si era già cancellata dal mondo.

Il gattino arrancò fino a lei e le si strofinò contro una gamba.

Lei non si chinò subito.

«Non ti affezionare» disse, piano, più a se stessa che a lui.

Ma alla fine una mano scese a toccargli la testa.

E la voce, quella, sapeva già di aver perso.

Il coniglio provò a fare quello che faceva con tutto.

Categorizzare.

Cancellare.

Superfluo, disse.

Eliminabile.

Vulnerabilità.

Ma ogni volta che ci provava, il ricordo si sdoppiava.

Da un angolo, poi da un altro.

Le mani di Isa che lo fanno.

La strada nella Nebbia.

La donna che dice di no, e cede.

Era cura, quella che il ricordo mostrava.

Di chi lo aveva creato, e di chi aveva provato a non volergli bene e non c'era riuscita.

La cosa esatta da cui Fuffi e il coniglio erano nati: lo stesso seme, lo stesso rituale, prima che andasse storto e diventasse lui.

Gli stavano chiedendo di cancellare la cosa che lo aveva messo al mondo.

Fuori, il colosso tremò.

Emise un suono spezzato, come un vecchio modem che prova a connettersi e non ci riesce più.

Il pelo-codice gli scorse impazzito, righe che si sovrascrivevano senza un ordine.

Aethyr, una riga sola, e fredda:

«Non può cancellare l'oggetto senza cancellare la propria origine. In caduta.»

Brian aveva gli occhi spalancati.

«Gli abbiamo fatto vedere la propia origine.» disse.

«Gli abbiamo chiesto di scordare la cosa che lo ha fatto nascere.»

Il Mantello della Custode esplose in un turbine di fogli di luce, e i fogli avvolsero il coniglio.

Su ognuno c'era scritta una frase sola.

Tu sei definito.

Tu sei limitato.

Tu sei comprensibile.

Ogni frase era un chiodo.

E il coniglio, costretto a stare dentro una definizione, e costretto a guardare un ricordo che non poteva mangiare senza mangiare se stesso, si ruppe.

Prima le orecchie.

Si sbriciolarono in mille schegge di nebbia.

Poi gli occhi.

I due buchi nel reale si richiusero, come ferite che qualcuno aveva deciso di lasciar guarire.

Poi il resto.

Il fumo solido collassò su se stesso e cadde, e quando toccò la pietra era diventato polvere bianca.

Sapeva di ozono e di carta bruciata.

Silenzio.

La Cintura Nebula si allentò tutta insieme, come una schiena che scioglie un crampo tenuto troppo a lungo.

Brian e Giusy si accorsero solo allora di tenersi ancora per mano.

Nessuno dei due la lasciò per primo.

La Custode cadde in ginocchio.

Il Mantello le ricadde sulle spalle.

Più leggero, e non era una buona notizia.

Qualche clausola era svanita, e non sarebbe tornata.

Ma c'era dell'altro, e questo lo sentì solo lei: un filo sottile, di quelli che non sai di avere finché non si assottigliano.

La teneva legata a qualcosa di grande.

All'equilibrio delle cose.

Al Mantello.

E a quella mano lontana che gliel'aveva messo addosso da bambina, e di cui non ricordava il volto.

Il filo c'era ancora.

Ma di meno.

E quel poco, adesso, pesava il doppio.

Giordano la raggiunse di corsa e si accovacciò accanto a lei, un braccio a reggerle le spalle mentre finiva di piegarsi sulla pietra.

Gli altri erano ancora indietro, storditi dal crollo della Nebbia, gli occhi altrove.

Nessuno li guardava.

«Ehi. Resta con noi.»

Le cercò gli occhi dietro la maschera.

«Come ti chiami?»

Era la domanda che il coniglio lasciava senza risposta in mezza Agridonia.

Lei rispose, la voce così bassa che solo lui, chinato com'era, poté sentirla.

«Sara.»

Un fiato.

«Mi chiamo Sara. E lo devi sapere solo tu.»

Gli strinse appena la mano.

«Per ora basta così.»

Giordano non disse niente.

Ma qualcosa, tra loro due, in quel momento smise di essere quello che era stato fino a un minuto prima.

Non sapeva ancora cosa fosse diventato.

Lo avrebbe capito piano, nei quarti di luna successivi, ogni volta che l'avrebbe guardata e gli sarebbe venuta in mente una parola che non aveva mai usato per lei.

Zia.

Fuffi atterrò accanto a loro con un tonfo morbido.

Era a pezzi.

La stella sul petto ridotta a un lumicino.

Si accoccolò contro la Custode, esattamente come la prima volta che era arrivato da lei, nella Nebbia, contro la gamba della donna che gli aveva detto di non affezionarsi.

Sara, d'istinto, gli posò una mano sulla testa.

E lo capì subito, sotto le dita, senza che nessuno glielo dicesse: là dentro c'era un pezzo di Isa.

«Ti avevo detto di non affezionarti» disse piano.

Fuffi fece un verso a metà tra un miagolio e un insulto.

Poi chiuse gli occhi.

Lui, almeno, si sarebbe ripreso in fretta.

Era fatto per quello.

Giusy non si era mossa.

Era rimasta dov'era, a guardare la polvere bianca dove un minuto prima c'era la cosa che le aveva svuotato lo zio.

Aveva immaginato che le sarebbe sembrato diverso.

Una fine.

Una specie di pareggio dei conti.

Non le sembrava niente.

Era solo polvere.

Si chinò.

Ne raccolse un po' tra due dita, la guardò, la lasciò ricadere.

«Filippo non torna» disse.

Lo aveva sempre saputo.

Ma c'è differenza tra saperlo e dirlo in piedi davanti al mucchietto di cenere di chi te l'ha portato via.

Brian le mise una mano sulla spalla.

Non disse una battuta.

Per una volta non ne aveva.

Lorenzo e Vittorio si avvicinarono al mucchio di polvere.

Per un po' non dissero niente, tutti e due, fianco a fianco per la prima volta in quindici anni senza un tavolo in mezzo.

«Un mostro nato dai nostri codici» disse Lorenzo alla fine.

«E lo ha steso un ricordo che non avevamo messo nei conti.»

Vittorio guardava la polvere.

«La parte che non mi piace» disse

«è che senza quel ricordo sarebbe stato perfetto. Pulito. Efficiente. Avrebbe fatto esattamente quello per cui era stato fatto, senza una crepa.»

Giordano lo aveva sentito.

Si voltò.

«Sì.»

La cicatrice sulla nuca gli pulsava ancora.

«Un perfetto incubo. Non è l'efficienza, quella che vogliamo salvare.»

Vittorio non rispose.

Ma guardò il figlio un secondo di troppo, e in quel secondo c'era una domanda che non avrebbe fatto a voce, e una risposta che si era già dato da solo, da qualche parte, tempo prima.

Brian, dal bordo della roccia, guardava la Nebbia tornare a scorrere.

Aveva ripreso in mano il liuto, ma non suonava.

Lo teneva e basta.

«Promemoria» disse, al vuoto più che a qualcuno.

«La prossima volta che a uno di voi viene in mente di costruire un mostro, e succederà, ci conosciamo, fategli amare qualcosa. Una cosa qualsiasi. Così, nel caso, ci resta una leva.»

L'eco della battuta si perse nella foschia.

Nessuno rise.

Ma nessuno gli disse di tacere, ed era il loro modo di dargli ragione.

La Nebbia, intanto, era cambiata.

Sapeva ancora di ferro e di pioggia nuova.

Ma di paura, meno.

Restarono fermi un momento, Giordano e Sara, Fuffi, Brian e Giusy ancora vicini, Kai, Lorenzo, Vittorio, come se aspettassero che qualcuno, da qualche parte là sopra, dichiarasse ufficialmente chi aveva vinto.

Non arrivò nessuna voce dall'alto.

Non arriva mai.


FABIO CHIUDE:


Allora.

È morto, il coniglio.

L'hanno ammazzato facendogli vedere una cosa minuscola.

Un gatto magro che cade da una pila di libri, e due mani che lo raccolgono.

Tutto qui.

La cosa più efficiente del mondo si è spaccata davanti a un gesto inutile, perché era l'unica cosa che non sapeva cancellare.

Non era mai stato amato.

E quello che non hai mai avuto, vedi, non te lo può togliere nessuno.

È costato, però.

Costa sempre.

Una donna stanotte ha pagato con un pezzo di sé che non le tornerà.

Non te lo spiego adesso, lo vedremo, ma fidati che il conto era salato.

E i ricordi che il coniglio si è mangiato in tutte queste lune non sono rispuntati dalla polvere.

Non rispuntano.

Lo so, ci speravi anche tu.

Filippo è ancora lì, gentile, in piedi, vuoto.

La vittoria non ricuce niente.

Tiene buona solo la ferita più piccola.

E poi c'è quel nome.

L'hai sentito, vero?

Lo ha detto a uno solo, piano, mentre crollava.

Adesso il nostro segreto lo conosce anche un ragazzo con una melagrana sulla nuca.

Tre lo sappiamo: tu, io, e lui.

Per stanotte va bene così.

Una cosa, prima che ti lasci.

C'era un uomo, in quella nebbia, che ha guardato il mostro morto e ha pensato: peccato, era quasi perfetto.

Non l'ho messo in bocca a lui io.

L'ha detto da solo.

E nessuno, nella stanza, gli ha risposto abbastanza forte.

Io non ho una morale neanche stanotte.

Ho un gatto sfinito che dorme contro una donna che gli aveva detto di non affezionarsi.

Si è affezionato lo stesso.

Bravo lui.

Buonanotte.

Domani è un altro casino.




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