QUINDICESIMA PUNTATA
- 7 ago
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PUNTATA 15 S1
UN FRAMMENTO DI LEI
FABIO APRE:
Buonasera, viandanti.
O buonanotte, a seconda di quando avete deciso di aprire questa puntata.
Io perdo il conto delle ore, ormai.
Voi seguite pure il vostro orologio.
Stasera il Centro le Maschere è chiuso al pubblico.
Non è mai un buon segno, lo sapete già.
Dentro ci sono tutti quelli che contano.
Chi cammina, chi resta, chi ha sempre saputo più di quanto ha detto.
E stasera qualcuno decide di dirne un po' di più.
Non troppo.
Mai troppo, in questa storia.
Ma abbastanza da cambiare la forma di quello che pensavate di sapere.
Ci sarà una mappa piena di segni neri.
Un gatto che scende da una mensola con il peso di chi porta qualcosa di più grande di sé.
Un padre che risponde a una domanda che avrebbe preferito non sentire.
E una domanda, alla fine, a cui non tutti risponderanno subito.
Sedetevi.
Stasera si parla, si tace, e qualche silenzio pesa più di qualunque urlo.
Andiamo.
IL CENTRO LE MASCHERE, NOTTE
Il Centro le Maschere era chiuso al pubblico da tre ore.
Marcello aveva girato il cartello, abbassato le lanterne esterne, e non aveva detto niente a nessuno perché non c'era niente da dire.
Quando Giordano entra con quella faccia, il Centro chiude.
Fuori, Agridonia dormiva a metà.
Ogni tanto, dal silenzio, arrivava un boato sordo, basso, come se qualcosa di pesante cadesse molto lontano, e poi un'ondata di vuoto che durava qualche secondo.
Marcello aveva imparato a riconoscerlo.
Da diversi quarti di luna un coniglio camminava là fuori, e dove passava la gente smetteva di sapere chi era.
Lo chiamavano l'Anti-Fuffi.
Stava lavorando anche stanotte.
Dentro, sul grande tavolo centrale, la mappa di Agridonia era coperta di macchie nere.
Kai le aveva segnate una per una con la matita:
ogni punto un posto dove qualcuno si era svegliato senza il proprio nome.
Ce n'erano troppe.
Giordano le guardava e non diceva niente.
Accanto a lui Giusy teneva le mani strette in grembo.
Brian aveva il boccale in mano, pieno.
Kai girava una matita tra le dita, la girava e basta, da un pezzo.
La Custode era appoggiata al camino spento, il Mantello quieto addosso.
Fuffi stava sulla mensola più alta, gli occhi aperti nel buio.
Aethyr pulsava piano sul supporto di legno che Marcello aveva costruito apposta, con la cura di uno che non capisce cosa sta ospitando ma vuole farlo bene lo stesso.
«Da quanto tempo?» chiese Giordano.
Kai indicò la mappa.
«Il primo avvistamento di questo quarto di luna è di tre giorni fa, alla Pianura Colorata, vicino al Mercato. Ma ormai e dalla luna scorsa che agisce.
Poi due giorni fa, alle case vicino al Labirinto.
Ieri sera qui. A meno di mezzo chilometro dal labirinto.»
«Sta avanzando.»
« Si. Sta avanzando.»
Brian posò il boccale.
«Le descrizioni sono sempre le stesse?»
«Sempre. Orecchie strappate, pelliccia nera, occhi come buchi. E dopo, gente in piedi, occhi aperti, che ti risponde se le parli ma non sa come si chiama.»
Maestra Vira asciugava un bicchiere al bancone, piano.
Non alzò gli occhi.
«Stanotte ne abbiamo avuti due.»
Silenzio.
Giordano guardò la Custode.
«Tu lo hai incontrato.»
Non era una domanda.
«Vicino alla Nebbia» disse lei.
«Ha provato a attaccarmi.»
«E?»
Il Mantello si mosse appena.
«Ha trovato filo spinato.»
Brian si sporse in avanti.
«Come?»
La Custode rimase zitta qualche secondo.
«Ho isolato una parte di me. Ricordi falsi, costruiti apposta. Una discarica di dettagli inventati, veri abbastanza da ingannarlo. Lui li divora. Non si ferma, dura poco ma mi ha dato il tempo per sparire.»
«Una cache di bug» disse Aethyr.
«Hai costruito una cache di bug apposta per lui.»
«Non so di cosa parli, ma se vuoi chiamarla così.»
«È elegante.»
«Non è elegante. È l'unica cosa che ho trovato.»
Maestra Vira appoggiò un bicchiere sul bancone con più forza del necessario.
«Quindi la gente normale cade. Tu ti difendi con magia e bugie.»
Una pausa.
«Non male, per una strega.»
La Custode lanciò uno sguardo freddo a Vira.
La porta laterale si aprì senza bussare.
Lorenzo entrò per primo, il respiro corto di chi ha camminato in fretta più del solito.
Vittorio era un passo dietro, mantello scuro, faccia chiusa, gli occhi sulla stanza prima ancora che i piedi si fermassero.
Quindici anni prima avevano combattuto dalla stessa parte.
Adesso stavano sotto lo stesso tetto solo perché il coniglio non lasciava scelta.
Giordano li guardò entrare tutti e due.
Uno l'aveva cresciuto.
L'altro era suo padre.
Nessuno dei due gli aveva mai detto veramente perché avessero smesso di parlarsi.
Kai si alzò.
«Lorenzo. Cosa—»
«Siediti» disse Lorenzo.
Era fretta.
Si avvicinò al tavolo, guardò la mappa un secondo, poi guardò Giordano.
«Abbiamo finito il test sull'incantesimo di cattura.»
«E?»
«Funziona. Per un secondo.»
Si sedette.
«Poi la struttura si spezza. La creatura usa l'incantesimo stesso come nuova forma per attaccare. Se lo mangia, e diventa più forte.»
Aethyr si illuminò.
«Lo avete provato su cosa, esattamente?»
«Una simulazione con un'impronta. Un residuo lasciato dopo uno degli attacchi.»
Lorenzo si passò una mano sul viso.
«Abbastanza per capire che gli incantesimi classici non reggono.»
Vittorio era rimasto in piedi, lontano dal tavolo.
Quando parlò, non guardò nessuno in particolare.
«Abbiamo analizzato i pattern del suo potere. Funziona come un Reset in miniatura. Seleziona, cancella, riscrive. La differenza è che non c'è nessuna Stella del Mattino a decidere chi resta e chi no.»
Brian lo fissò.
«La versione senza coscienza di quello che ci ha creati.»
Vittorio non rispose.
Ma non lo negò.
«Quindi nessun incantesimo può sconfiggerlo» disse Giordano.
«Non dall'esterno. Non come pensi tu.»
Lorenzo si voltò verso la mensola, dove Fuffi era rimasto immobile tutto il tempo.
«Ma c'è una cosa che possiamo provare, Fuffi è stato costruito con una clausola. Tutte le creature nate con l'incantesimo proibito hanno questa caratteristicaa.»
Non finì la frase.
Fuffi si era mosso.
Non di scatto.
Piano, come chi porta addosso un peso e non vuole farlo cadere.
Scese dalla mensola, atterrò sul tavolo, e invece di andare al centro della mappa puntò dritto verso il camino spento.
Verso la Custode.
Si fermò a un passo da lei e alzò la testa, la stella sul petto che pulsava piano.
Lorenzo lo guardò fare.
Quando parlò, lo fece piano, come se leggesse qualcosa scritto nel movimento del gatto.
«Funziona così. C'è una persona che Fuffi è stato costruito per proteggere. Una sola. Se quella persona finisce in pericolo diretto, imminente, vita o morte, e Fuffi le è accanto quando succede, allora dentro di lui si sveglia qualcosa. Un potere che non tira fuori in nessun altro caso.»
«E cosa fa?» chiese Kai.
«Legge la situazione e trova il modo di spegnere la minaccia.»
Lorenzo si fermò un attimo.
«Come ci riesca, di preciso, non lo sappiamo. Non c'è una formula da imparare, niente da insegnargli. Lo saprà da solo, nel momento esatto in cui servirà, perché è nato sapendolo. Noi possiamo solo portarlo nel posto giusto, accanto alla persona giusta, e toglierci di mezzo.»
Silenzio.
«C'è un prezzo, però.»
La voce di Lorenzo scese ancora.
«Un potere così non è mai gratis. E qui lo paga la persona sbagliata.»
Guardò il gatto, fermo davanti al camino.
«Lo paga chi viene salvato, non chi salva. L'incantesimo prende da lei. Fuffi spegne il coniglio, e il conto lo firma la persona che ha appena protetto.»
«Chi è questa persona?» chiese Giusy.
Lorenzo non rispose subito.
Guardò Fuffi, fermo davanti alla Custode.
Poi guardò la Custode.
Fu un'occhiata breve, quasi niente.
Ma Giordano la vide.
«La portatrice del Mantello» disse Lorenzo alla fine.
Il Mantello fremette.
La Custode non si mosse.
«Isa non ha creato Fuffi per proteggere la Custode della Nebbia» continuò Lorenzo, la voce ferma.
«Ha creato Fuffi per proteggere chiunque indossasse quel Mantello. La persona in carne e ossa dentro quella cosa.»
Brian aprì la bocca.
La richiuse.
Giusy guardò la Custode.
Poi Fuffi.
Poi tornò sulla mappa e non disse niente.
Lorenzo si alzò.
Camminò fino alla finestra, le mani dietro la schiena.
«Quando ho capito la clausola, ho dovuto chiedermi perché. Perché Isa avrebbe costruito una cosa così specifica. Così cara.»
Si fermò.
«Per dare vita a una creatura magica devi donare un pezzo di vita. Un seme. E quel seme pianta dentro la creatura quello che eri tu. I tuoi istinti. Le tue affezioni. Una parte di quello che eri.»
La stanza era immobile.
«Isa ha messo dentro Fuffi un frammento di sé stessa.»
Vittorio si voltò verso il gatto.
Non disse niente.
Ma lo guardò diverso.
Non come si guarda una creatura, o un problema da risolvere.
Come si guarda una cosa di casa e ti accorgi, per la prima volta, di che cos'è fatta.
Fuffi gli resse lo sguardo.
Non lo abbassò.
«Questo spiega perché Fuffi e il Mantello non vanno d'accordo» disse Brian, piano, più a se stesso che agli altri.
«Non è incompatibilità magica.»
Nessuno completò la frase.
Non ce n'era bisogno.
Lorenzo tornò al tavolo.
Si sedette.
Qualche minuto dopo, mentre Lorenzo e Vittorio parlavano sottovoce sui codici con Kai e Aethyr, Brian si alzò dal tavolo.
Raggiunse Giordano, in piedi vicino alla finestra, lo sguardo fuori.
Lo affiancò.
Per qualche secondo non disse niente, cercava il modo.
«Quel terreno» disse alla fine.
Giordano non si voltò.
«Lo so.»
«No, non lo sai. Perché se lo sapessi avresti una faccia diversa.»
Brian si appoggiò al muro.
«Undici per cento di probabilità di sopravvivenza, in quella situazione, senza quello che hai fatto tu, eravamo morti tutti.»
«La Custode stava cercando una soluzione.»
«La Custode aveva già fallito. E Aethyr stava aggiornando i numeri al ribasso.»
Brian lo guardò.
«Come hai fatto?»
«Non lo so.»
«Giordano.»
«Brian, davvero. Non lo so. Fuffi mi ha guardato e qualcosa è scattato. Non era una scelta. Era come, come quando ritiri la mano dal fuoco prima ancora di decidere di farlo.»
Brian stette zitto un momento.
Poi:
«Io lo sapevo.»
«Cosa?»
«Che eri speciale. Te l'ho dico da quando eravamo bambini, no?»
Giordano rise.
Un fiato, più che una risata.
Stanco.
Ma vero.
«Non sono affatto speciale. Anzi. Sono la persona più confusa in questa stanza.»
«Possono essere vere tutte e due.»
Brian si raddrizzò.
Mise via il sorriso, per una volta.
«Quello che hai fatto ieri è stato grande. Non lo dico per farti sentire bene. Lo dico perché è vero.»
Una pausa.
«Grazie. Per me. Per Giusy. Per tutti.»
Giordano non rispose subito.
Guardò Brian, poi fuori dalla finestra, poi il tavolo dove gli altri lavoravano.
«Non farlo di nuovo» disse alla fine.
«Cosa?»
«Ringraziarmi. Mi mette a disagio.»
Brian sorrise.
«Notato. Lo farò ogni volta che posso.»
Poi Giordano si girò verso il tavolo dove suo padre stava seduto.
L'ho guardò per diversi minuti.
Fu Giordano a rompere il silenzio.
Guardò Vittorio.
«Come hai fatto a creare l'Anti-Fuffi senza pagarne il prezzo?»
Vittorio rimase immobile.
«L'incantesimo richiede un seme di vita» continuò Giordano.
«Lo avete appena detto. Tu stai benissimo a quanto pare.»
«Non è rilevante per quello che dobbiamo fare adesso.»
«Per me lo è.»
Lorenzo si voltò verso Vittorio.
Aspettava anche lui.
Vittorio si avvicinò al tavolo.
Si sedette, per la prima volta da quando era entrato.
Guardò la mappa un secondo, poi le proprie mani.
«Ho usato un sigillo. Per trasferire l'anima di un coniglio vivo al posto della mia.»
Brian esalò piano.
«Volevo fare qualcosa come Fuffi» continuò Vittorio, la voce piatta.
«Un guardiano. Un contrappeso. Ho sbagliato il vettore. Il seme era di un coniglio, non il mio. Per questo è diventato quello che è.»
Una pausa.
«Ho dovuto ripetere il rituale due volte. La prima la creatura è scappata prima che il trasferimento fosse completo. Solo il corpo, senza l'anima intera.»
Giordano si irrigidì.
«La seconda volta l'anima si è materializzata da sola. Poi si è riunita al corpo che era fuggito.»
Kai guardò Giordano.
Giordano guardò Brian.
Brian guardò la mappa.
Il coniglio sul sentiero di ritorno dall'Araldo.
Piccolo, bianco-grigio, gli occhi che si aprivano in fenditure nere.
Una cosa ancora in costruzione, che non aveva deciso che mostro diventare.
Adesso lo sapevano.
Lorenzo lo guardò a lungo.
Niente rabbia. Qualcosa di peggio: calma.
«Hai usato un'altra vita per non pagare la tua.»
Vittorio non rispose.
«È questo che hai insegnato a Giordano sul prezzo della magia?»
«Non gli ho insegnato niente» disse Vittorio.
«L'ho marchiato e me ne sono andato. Lo sai meglio di me.»
La stanza si gelò.
Giordano non disse niente.
Ma la mano gli salì, lenta, fino alla nuca.
Al segno che portava da quando aveva memoria: la melagrana spezzata che non aveva mai scelto, e che nessuno gli aveva mai spiegato.
La sera prima aveva fatto una cosa impossibile e non aveva pagato niente.
E si era quasi sentito fortunato.
Adesso, guardando suo padre che aveva preso in prestito un'anima per non dare la propria, la parola gli suonò diversa in testa.
Ma qualcosa, nel modo in cui lasciò ricadere la mano, fece sì che Vittorio lo guardasse, un istante, uno solo, e poi distogliesse gli occhi per primo.
Era la prima volta in tutta la sera che lo faceva.
Marcello, dal bancone, posò il bicchiere con una delicatezza che sembrava sforzo.
«Quindi» disse,
«il piano è mettere la Custode davanti al coniglio in modo controllato. Aspettare che lui attacchi.
E sperare che Fuffi faccia scattare il comando in tempo.»
«Non sperare» disse Lorenzo.
«Sapere. La clausola è scritta nell'origine dell'incantesimo. È codice, non volontà.»
«Il codice si sbaglia» disse Giusy.
Era la prima volta che parlava da quando Lorenzo aveva detto della Custode.
Lo disse piano, gli occhi sulla mappa.
«Le cose scritte nell'origine possono non funzionare come previsto.
Lo abbiamo visto con il coniglio.»
Silenzio.
«Sì» disse Lorenzo.
«Lo abbiamo visto.»
Aethyr cambiò argomento.
Una sfera di bronzo, i silenzi non li teme. Non ha mai imparato come.
Pulsò una volta.
«Quando il coniglio sarà spento, in questa stanza resterà comunque il problema più grande.»
Una pausa calcolata.
«Avete sei Frammenti e nessuno che sappia leggerli.»
Sul tavolo, accostati alla mappa, i sei pezzi stavano come li avevano radunati.
Un fiore. Sei petali, e dove i bordi si toccavano l'oro chiudeva una stella a sei punte.
Sopra ognuno correvano dei segni che nessuno, lì dentro, sapeva pronunciare.
Angolosi. Storti. Una lingua più vecchia delle rovine, più vecchia delle mappe, più vecchia della gente che le aveva disegnate.
«Posso provarci io» disse Aethyr.
«Ma non adesso, e non in fretta. Quello che c'è scritto lì è più vecchio di me.»
Lorenzo guardò i Frammenti con una fame che non provava nemmeno a nascondere.
«Quando li avremo letti, quando avremo il Codice intero, andrà condiviso. Tutto. Chiunque deve poter sapere cosa c'è scritto. È esattamente per questo che lo cerchiamo.»
Vittorio si era alzato di nuovo, tornato alla finestra.
«No.»
Una parola sola.
E la stanza la sentì.
«Lorenzo.»
Si voltò, finalmente.
«Ci sono cose che non si leggono ad alta voce in una piazza. Lo sai. Lo sapevi anche prima.»
«Prima di cosa?»
Vittorio non rispose.
Ma lo sguardo gli passò, per un istante appena, sulla Custode immobile accanto al camino.
E tutti, nella stanza, capirono che la fine di quella frase aveva un nome di donna che nessuno dei due voleva pronunciare.
«La conoscenza non uccide» disse Lorenzo, e nella voce gli era entrato qualcosa di vecchio, una discussione fatta mille volte.
«Le persone uccidono. Tenere tutto chiuso non ha salvato nessuno.»
«Tenere tutto aperto nemmeno.»
Si guardarono attraverso il tavolo.
Per un secondo non furono il capo del Nucleo e il capo del Velo.
Furono due uomini che una volta avevano diviso le stesse stanze, e poi avevano smesso.
Quando fosse successo, lì dentro non c'era nessuno abbastanza vecchio da ricordarlo.
Fu Vittorio a rompere lo sguardo.
Tornò a fissare i sei petali, la stella d'oro che chiudevano al centro, e li guardò un istante più a lungo del necessario.
Poi non disse più niente.
Fuffi lasciò la mappa.
Camminò di nuovo verso la Custode.
Si fermò davanti a lei, la stella sul petto che pulsava, non forte, costante, come una cosa che ha deciso di non smettere.
La Custode lo guardò dall'alto.
Per un momento il Mantello rimase fermo.
Poi si aprì appena, un lembo solo, involontario, come quando trattieni il respiro e a un certo punto non ce la fai più.
Fuffi alzò la testa verso di lei.
Non c'era minaccia, stavolta.
Non c'era niente da combattere.
Solo un gatto che guardava una donna come si guarda qualcuno che credevi morto e che invece è lì, in piedi, e non sai cosa farne.
La Custode abbassò lo sguardo per prima.
Maestra Vira incrociò le braccia.
«Quindi il piano chiede alla Custode di scegliere di non fuggire quando il coniglio arriva. Di restare ferma davanti a una cosa che mangia le memorie. E di fidarsi che un gatto faccia la cosa giusta nel momento giusto.»
«Sì» disse Giordano.
«E lei ha detto sì?»
Tutti guardarono la Custode.
Lei guardò Fuffi ancora un secondo.
Poi alzò gli occhi sul gruppo.
«Non ancora» disse.
Fuori, un altro boato sordo.
Poi il vuoto.
Da qualche parte, a qualcuno, si spense un nome.
Dentro il Centro le Maschere nessuno si mosse, per qualche secondo.
Poi Kai prese la matita e segnò un nuovo punto nero sulla mappa.
«Dobbiamo decidere dove e quando» disse.
«Prima che decida lui per noi.»
Giordano guardò la mappa.
Poi Fuffi.
Poi la donna al camino.
«Lo decidiamo domani» disse.
«Stanotte riposate.»
«E tu?» chiese Brian.
Giordano non rispose subito.
Guardò la porta, fuori la notte di Agridonia, il punto dove il boato era arrivato.
«Anch'io» disse.
Non era vero.
Brian lo sapeva.
Probabilmente lo sapevano tutti.
Ma era la risposta giusta per stanotte.
Uno per uno se ne andarono.
Kai per primo.
Poi Giusy.
Poi Brian, che si fermò sulla porta, guardò Giordano un secondo di troppo, e non disse niente.
La Custode sparì come spariva sempre, senza che nessuno la vedesse uscire.
Lorenzo raccolse i diagrammi, salutò con un cenno, e portò via Aethyr stretto sotto il braccio, come si porta una cosa di cui ti fidi solo a metà.
Vittorio fu l'ultimo a muoversi.
Si fermò accanto al tavolo.
I sei petali tenevano ancora la loro stella zitta, e sopra i segni che nessuno sapeva leggere.
Li guardò.
Non come li guardava Lorenzo, non con fame.
Li guardò come si guarda una cosa che hai già deciso di non lasciare nelle mani sbagliate.
Poi spense la lanterna sul tavolo, e i Frammenti scomparvero nel buio insieme a tutto il resto.
Uscì nella notte, dove il coniglio stava ancora lavorando.
FABIO CHIUDE:
Certe stanze, quando ci si esce, non sono più le stesse di quando ci si è entrati.
Nemmeno le persone che ci hanno camminato dentro lo sono del tutto.
Stasera in quella stanza sono cadute cose che nessuno ha raccolto ad alta voce.
Restano lì, sul pavimento, in attesa che qualcuno decida se è il momento di chinarsi a guardarle bene.
Non tutti hanno detto tutto quello che sapevano.
Ma qualcosa si è mosso stanotte, ed è il tipo di movimento che non torna più indietro.
La prossima volta si esce da questa stanza.
E si va a cercare quello che finora ha sempre trovato noi per primo.
Non sarà una passeggiata.
Non lo è mai stato, del resto.
Grazie per essere ancora qui, viandanti.
A puntata quindici, con un gatto che porta dentro di sé più di quanto pesa, e una squadra che ha appena imparato qualcosa che non potrà più disimparare.
Vi voglio bene, sul serio, in quel modo strano in cui un narratore può voler bene a chi lo segue ogni venerdì senza saltarne uno.
A venerdì prossimo, con affetto vero.
Anche se scritto da un ubriaco che parla troppo.
— Fabio, il vostro narratore di fiducia.
© Il Mondo Giordano — Giordano Project




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