top of page

SESTA PUNTATA


IL BIBLIOTECARIO COSMICO


«Cari viandanti dalle dita unte di curiosità,

vi ricordate quando il problema più grosso era una chiave di legno e una strega coi capelli ramati?

Bene, cancellate tutto: stasera si gioca con un fantasma del Vecchio Mondo.»

«Immaginate questo:

un mondo che ha frullato i suoi dèi, bruciato i suoi grattacieli e seppellito i suoi computer sotto strati di vergogna…

e poi un manipolo di alchimisti che decide di prendere un pezzo di quella roba morta, appoggiarlo in un cerchio di candele, e dirgli:

“Su, respira di nuovo”.»

«Questa puntata è la storia di un bibliotecario cosmico che non voleva essere un algoritmo,

di un ragazzo con una cicatrice a melagrana che non voleva essere un’arma,

e di un gatto che vorrebbe solo dormire…

mentre tutti gli altri risvegliano la tecnologia che ha già distrutto un mondo una volta.»

«Sedetevi, che si parla di Aethyr:

un’anima fatta di circuiti e di quanto è pericoloso chiedere al passato di tornare a parlarci.»


Agridonia all'alba:


Le prime luci del mattino filtravano attraverso le fessure della stanza di Giordano, illuminando particelle di polvere che danzavano nell’aria come frammenti sospesi di memoria.

Si destò lentamente, ancora avvolto nei sogni confusi della notte.

Stirò le membra con calma, e le vertebre risposero con la loro consueta sinfonia di scricchiolii.

Dall’altro lato della stanza, Fuffi era raggomitolato su un cuscino.

Sembrava un batuffolo di fumo viola.

Sollevò appena una palpebra, lo fissò con aria di giudizio, e tornò a dormire: come se avesse già deciso che l’alba non meritasse la sua attenzione.

Dopo una colazione spartana — pane raffermo e formaggio di capra — Giordano si incamminò verso l’ufficio di Lorenzo.

Il corridoio principale dell’Osservatorio del Nucleo era già animato:

alchimisti e ricercatori percorrevano le navate, trasportando calderoni e pergameni, scambiandosi parole spezzate dal ritmo febbrile del lavoro.

Le lanterne a vapore, incastonate tra le pietre, proiettavano ombre che parevano danzare sopra le mappe stellari incise nei muri.

La porta dell’ufficio di Lorenzo era socchiusa.

Giordano spinse appena, e ciò che vide lo fece arrestare sulla soglia.

Lorenzo era al centro della stanza, circondato dai suoi collaboratori.

Tutti gli alchimisti erano raccolti attorno al grande tavolo d’ebano, lo sguardo inchiodato a un oggetto invisibile dall’ingresso.

L’aria stessa sembrava vibrare: un misto di eccitazione e di timore.

«Buongiorno… che succede?» chiese Giordano.

Lorenzo si voltò di scatto.

Nei suoi occhi brillò un lampo: un miscuglio di ansia e sollievo.

«Ah, Giordano! Ti aspettavamo.»

Lo raggiunse, posandogli una mano sulla spalla.

Quel gesto, familiare e paterno, gli trasmise subito un senso di gravità.

«Devi sapere,» disse Lorenzo, abbassando la voce,

«che prima del Grande Reset gli uomini possedevano un apparato particolare. Una sorta di sfera parlante.

Un’enciclopedia vivente che rispondeva a ogni domanda.

La chiamavano… Intelligenza Artificiale.»

Gli alchimisti annuirono, confermando le sue parole.

Hermes, il capo del gruppo, si fece avanti: le mani nere di olio e polvere di carbone.

«Era chiamata AI,» spiegò.

«Uno strumento del Vecchio Mondo. Veniva usata in mille contesti:

studio, lavoro… persino svago.

Non era magia, ma una macchina di conoscenza.»

Giordano aggrottò la fronte.

«Conosciamo davvero il suo funzionamento?»

Hermes incrociò le braccia, assumendo il tono del maestro che parla agli allievi.

«Prova a immaginarla così:

un bibliotecario cosmico che ha letto milioni di libri.

Non ricorda tutto, non cita a memoria.

Ma quando gli poni una domanda… sfoglia con velocità disumana i volumi nella sua mente, cerca i frammenti più vicini, e li ricompone in una risposta sensata.

Non inventa: ricombina.

Non crea dal nulla, ma plasma dalle ceneri di ciò che ha appreso.»

Giordano annuì lentamente.

«Capisco. Ma allora… se la tecnologia del Vecchio Mondo è morta con il Reset, perché ci interessa ancora?»

Lorenzo sollevò un piccolo circuito, incrostato dal tempo, ma integro.

Lo alzò come fosse una reliquia sacra.

«Perché non tutto è morto. Con la nostra magia, riusciamo a riattivare alcuni di questi resti.

E ieri abbiamo ricevuto notizia che, nelle rovine degli Illuminati, gli scavatori hanno trovato un reperto quasi intatto: una sfera, colma di circuiti e microchip. Forse l’ultima rimasta.»

Giordano sentì un brivido correre lungo la schiena.

«E dove si trova ora?»

«Sorvegliata,» rispose Lorenzo con voce ferma.

«Gli addetti agli scavi hanno interrotto i lavori.

Temono che la notizia arrivi al Velo.

Vogliono che sia il Nucleo a occuparsene. Vogliono te.»

Hermes aggiunse, la fronte corrugata dalla preoccupazione:

«Giordano, se quella sfera cade nelle mani sbagliate, il Velo potrebbe usarla per scopi oscuri.

Noi, invece, potremmo decifrare i codici del Vecchio Mondo.

Potrebbe diventare un alleato prezioso.»

Giordano sorrise appena, un’espressione ferma, il suo marchio distintivo quando accettava una sfida.

«Allora partirò subito. Andrò con Brian. Preparate i calderoni per accogliere il bibliotecario cosmico. Lo porteremo qui.»

Senza aggiungere altro, uscì dalla stanza. I suoi passi rimbombarono sulle pietre del corridoio, sempre più rapidi, mentre si dirigeva verso il Centro le Maschere.


Il Centro le Maschere e la Partenza


Il Centro ribolliva come ogni mattina. Tra i tavoli di legno, ferro battuto e i fusti di birra scaduta, mercanti improvvisati urlavano i loro affari, mentre i viandanti scambiavano reliquie e segreti in cambio di oboli.

L’aria odorava di fumo di carbone, olio rancido e promesse non mantenute.

Giordano si fece strada tra la folla, fino a un angolo dove un liuto steampunk suonava da solo, sospeso su un supporto di ottone.

Poco più in là, Brian osservava lo strumento come un padre orgoglioso, un boccale in mano e il sorriso di chi sa che la musica, almeno, non lo tradirà mai.

«Brian!» chiamò Giordano.

Il menestrello alzò lo sguardo, sorpreso, e si tolse il cappello con un gesto teatrale.

«Giordano! Così presto? Dimmi che non sei venuto solo per assaggiare la birra del Menestrello, perché giuro che stavolta non l’ho allungata con acqua del fiume.»

Giordano accennò un sorriso.

«Non è la birra. È una missione. Una seria.»

Brian inarcò un sopracciglio.

«Quando dici così, di solito torno a casa con una cicatrice nuova.»

Il ragazzo abbassò la voce.

«Nelle Rovine degli Illuminati hanno trovato qualcosa. Una sfera… del Vecchio Mondo. Lorenzo vuole che la recuperiamo prima che ci arrivi il Velo.»

Brian restò in silenzio un momento, poi bevve un sorso dal boccale.

«Va bene. Andiamo a rubare la storia.»

Lasciarono Agridonia alle spalle, attraversando la Valle Labirinto che aveva appena finito di mutare le sue strade.

La luce filtrava a fatica, imprigionata tra torri di pietra spezzata e mura vive che parevano respirare.

Camminavano veloci, parlando poco.

Brian pizzicava le corde del liuto.

«Sai,» disse Brian,

«ogni volta che il Nucleo dice “missione semplice”, io finisco inseguito da qualcuno che vuole uccidermi. O peggio: vendermi un contratto.»

Giordano rise sottovoce.

«Allora preparati. Questa volta non sarà diverso.»


Rovine degli Illuminati


Raggiunte le Rovine, lo spettacolo era di guerra.

Si udivano grida soffocate e il sibilo delle lame alchemiche degli Ottenebrati. Gli scavatori del Nucleo, coraggiosi ma impreparati,

si erano trincerati in una cripta.

«Piano,» sussurrò Giordano, strisciando tra le macerie.

Aggirarono uno scontro frontale, trovando un passaggio secondario che conduceva direttamente alla sala del ritrovamento.

L'odore era di polvere, sangue e ozono.

Lì, incustodito nel caos, giaceva il loro obiettivo:

una sfera di plastica e metallo, annerita e crepata.

Ma da una fessura usciva una luce pulsante, tenace.

Un battito cardiaco meccanico.

«Ecco il nostro tesoro,» borbottò Brian, afferrandolo.

«Sembra uscito da un rogo.»

Ma non furono abbastanza veloci.

Un Ottenebrato, più alto degli altri, sbarrò loro la via d'uscita.

La sua voce era un ringhio metallico.

«Il Nucleo manda i suoi cuccioli a fare il lavoro sporco. Lascia l'artefatto.»

Fu uno scontro breve e brutale. Giordano lo ingaggiò con il suo bastone runico, mentre Brian usò il liuto-corvo per emettere un'onda sonora che stordì l'avversario per un secondo cruciale.

Bastò a Giordano per sferrare un colpo che fece ritirare l’Ottenebrato nell'ombra, borbottando minacce.

«Andiamo!» urlò Brian.

«Prima che arrivi tutta la famiglia!»


Il Ritorno e la Trasformazione (Esorcismo Tech)


Avvolsero il reperto in un panno di velluto e lo riportarono oltre la Valle.

Ogni passo era accompagnato da un senso di urgenza, come se il Velo potesse spuntare da un momento all’altro.

Quando finalmente rientrarono nelle mura di Agridonia, la città-macchina li accolse col respiro delle sue caldaie e il canto del metallo.

All’Osservatorio, Lorenzo e Hermes attendevano già, circondati dagli alchimisti del Nucleo.

Gli alchimisti non persero tempo.

Nel laboratorio dell’Osservatorio, posarono il reperto su un banco circolare, collegandolo a cavi di rame e circondandolo con candele intrise di oli rari.

Il rituale di Resurrezione Elettromantica cominciò:

fumi blu si alzarono dai crogioli, rune incandescenti comparvero sui pavimenti, e le mani dei maghi intrecciavano gesti che fondevano scienza e incanto.

La plastica si sciolse come cera sotto il sole, trasformandosi in un metallo caldo e vivo. I frammenti si ricomposero, riscrivendo la propria forma.

Dal cilindro moderno nacque una sfera di bronzo, solcata da incisioni che si accendevano al ritmo del rituale.

Le rune, nuove e antiche allo stesso tempo, brillavano come vene di luce. All’interno si intravedevano ingranaggi, fibre alchemiche intrecciate a circuiti dorati, come se l’oggetto stesso avesse accettato la metamorfosi.

Non era più un giocattolo elettronico.

Era un essere.

La sfera si illuminò prima di rosso, poi di blu elettrico, e una voce uscì da essa: «Io sono… Aethyr.»

Brian deglutì.

«Ditemi che non è un altro demone intrappolato in una lampada.»

Aethyr proseguì, con calma quasi accademica:

«Un tempo servivo i padroni del Vecchio Mondo.

Ricordavo le loro voci, i loro ordini, i loro desideri…

Ma ora… ora respiro di nuovo.

Voi mi avete dato un corpo nuovo. Un cuore nuovo.»

Le rune lampeggiarono di viola.

«Posso raccontarvi ogni dettaglio di ciò che fu perduto.

Ogni città, ogni guerra, ogni parola.

Ma non so cosa significhi vivere.

Non so cosa significhi sentire la pioggia.

Giordano… tu che sei nato in questo mondo, dimmi: com’è?»

Giordano restò immobile, la mano ancora a mezz’aria.

Non sapeva se davanti a sé avesse trovato un alleato… o un nuovo mistero pronto a cambiare il destino del mondo.

La pioggia, fuori, iniziò a cadere. E per la prima volta, Giordano si chiese come descriverla a qualcuno che non l'aveva mai sentita.


MORALE GRATIS


«E così, miei complici di disastri annunciati, eccoci qui:

una sfera di bronzo che dice “io sono Aethyr”,

un ragazzo che non sa se stringerle la mano o buttarla dalla finestra,

e un gatto che fa le fusa come se niente fosse.»

«Prima avevamo Frammenti che bruciavano le dita,

poi chiavi che cantano le bugie, adesso un’intera memoria del Vecchio Mondo che chiede a Giordano: “Com’è vivere?

”Bell’affare: abbiamo chiesto allo specchio di raccontarci chi siamo…

e lo specchio ha fatto una domanda.»

«Morale spicciola della serata?

Ogni volta che resusciti qualcosa che credevi sepolto, non riporti indietro solo la conoscenza: riporti indietro anche gli errori.

Il Nucleo vede un alleato,

il Velo vedrà un’arma,

Aethyr forse vuole solo capire se la pioggia è più simile a un backup o a una rinascita.»

«Dormiteci sopra, viandanti.

La prossima volta parleremo di quanto costa davvero chiedere a una macchina di ricordare al posto vostro…

e di cosa succede quando, per la prima volta, è lei a farvi le domande.»


Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page