top of page

QUATTORDICESIMA PUNTATA

  • 31 lug
  • Tempo di lettura: 14 min

PUNTATA 14 S1


SEI MANI SUL TERRENO



FABIO APRE:


Oggi vi devo una confessione.

Di solito so più o meno dove sta andando la storia.

Non tutto, ma abbastanza da sapere quando prepararmi a qualcosa di importante.

È il vantaggio di essere il narratore:

vedi un po' più avanti degli altri.

Oggi no.

Oggi ho visto qualcosa che non mi aspettavo.

Non nel senso di un colpo di scena costruito a tavolino.

Nel senso che un ragazzo ha fatto una cosa che nessuno avrebbe dovuto poter fare, e soprattutto non avrebbe dovuto fare senza pagarne il prezzo.

E stava benissimo.

Io stavo guardando.

La Custode stava guardando.

Fuffi stava guardando.

Giordano era l'unico a non capire quello che aveva appena fatto.

Questa è la puntata in cui l'esagono si chiude.

Sedetevi.

Oggi si cammina tanto, si rischia la vita una volta, si ride almeno tre, e si torna a casa con qualcosa di più di quello che si portava.

Andiamo.


VERSO LE LACRIME DELLA LUCE


Lasciarono la Spiaggia Nera quando il cielo aveva ancora quel colore indeciso tra il grigio della notte e il grigio del giorno.

La differenza era poca, in quella zona, ma bastava a capire che era mattina.

Le rocce a forma di dito sparivano alle loro spalle lentamente.

Giordano non si voltò a guardare.

Aveva imparato che posti del genere funzionano meglio se non li guardi mentre ti allontani.

Il quarto Frammento era nell'imbracatura sul suo petto, accanto ad Aethyr.

«Percorso confermato» disse Aethyr.

«Direzione nord-nordovest. Distanza stimata dalla Valle delle Lacrime della Luce: due ore di cammino in condizioni normali.»

«In condizioni normali» ripeté Brian.

«Bella precisazione.»

La Custode camminava davanti a tutti, il Mantello quieto nel modo che aveva quando stava processando qualcosa in silenzio.

Attento, come un animale che annusa l'aria e non ha ancora deciso cosa ha sentito.

«Aggiriamo le nebbie dell'Est» disse, senza voltarsi.

«Ci porteranno a nord delle zone del Velo. Più lungo, ma più sicuro.»

«Quanto più lungo?» chiese Kai.

«Un'ora. Forse due.»

«E quanto più sicuro?»

«Abbastanza da non farvi incontrare né Ottenebrati né il coniglio.»

Kai considerò la risposta.

«Va bene. Due ore in più le accetto volentieri.»

Camminarono.

Il terreno sotto i piedi cambiava lentamente, come cambia sempre nelle zone di transizione, non d'un colpo, ma per gradi, come se il mondo non avesse voglia di essere preciso su dove finisce una cosa e inizia un'altra.

La cenere nera della Spiaggia cedeva a qualcosa di più chiaro, più granuloso.

L'odore di minerale bruciato si diluiva con qualcosa di umido, lontano ancora ma già presente.

Il tipo di umidità che non viene dalla pioggia ma dalla terra stessa, come se il suolo stesse sudando.

«Sento l'acqua» disse Giusy.

«Le Lacrime della Luce» disse la Custode.

«Laghetti, fiumicelli, sentieri intrecciati. So ogni angolo.»

Una pausa.

«O almeno sapevo.»

Nessuno raccolse la seconda parte della frase.

Ma Giordano la sentì.

Il terreno cominciò a cambiare prima di quanto la Custode si aspettasse.

Non il tintinnio del vetro della Spiaggia, non la solidità compatta della cenere.

Qualcosa di più soffice, più cedevole, come camminare su qualcosa che non ha ancora deciso quanto peso reggere.

La Custode si fermò.

Si abbassò lentamente, posò una mano sul terreno.

Lo studiò.

Il Mantello vibrò.

«Questo non c'era» disse.

«Cosa non c'era?» chiese Giordano.

«Questo.»

Indicò il suolo davanti a loro.

A guardarlo bene, aveva un colore leggermente diverso dagli ultimi metri, più scuro, più compatto in superficie, ma con qualcosa sotto che si muoveva appena.

Come pelle su un liquido che bolle piano piano.

«Qui dovrebbe esserci roccia. Roccia di transizione, solida. L'ho percorso decine di volte.»

Si rialzò.

Guardò a destra, poi a sinistra.

Stessa cosa.

Quella striscia di terreno diverso si estendeva per quanto si riusciva a vedere in entrambe le direzioni.

«Possiamo aggirarlo?» chiese Brian.

«Sto cercando.»

La Custode avanzò di qualche metro verso destra, testando il bordo con la punta del piede.

Il terreno cedette leggermente sotto la pressione con una resistenza strana, quasi viva.

«No. Si estende troppo. E verso sinistra siamo troppo vicini alle nebbie del Velo.»

«Quindi dobbiamo attraversarlo.»

«Dobbiamo capire cos'è, prima.»

Aethyr si illuminò.

«Analisi spettrale del substrato in corso. Composizione:

sedimentare organico con componenti anomale.

Presenza di strutture cristalline non classificate.

Comportamento: non statico.»

Una pausa.

«In sintesi: non è terreno normale.»

«Grazie, Aethyr» disse Kai.

«Utilissimo.»

La Custode decise di attraversare per prima, testando il percorso passo dopo passo.

Il terreno cedeva sotto i suoi piedi, non in modo pericoloso, sembrava reggere, ma ogni passo richiedeva più forza del normale, come camminare su qualcosa che non vuole essere calpestato ma non ha ancora la forza di dire no.

«Restate in fila» disse.

«Un passo alla volta. Tenete le distanze.»

Avanzarono lentamente.

La Custode davanti, poi Giordano con Fuffi sulla spalla, poi Giusy, poi Brian, poi Kai in fondo.

Fuffi non dormiva.

Aveva gli occhi aperti e le orecchie dritte, quella qualità di attenzione silenziosa che aveva quando qualcosa non tornava ma non era ancora chiaro cosa.

Erano a metà del tratto quando Kai sparì.

Non urlò, o forse urlò, ma il suono fu inghiottito così in fretta che non ci fu il tempo di sentirlo.

Un passo, e il terreno sotto di lui cedette di colpo, come se avesse aspettato esattamente quel momento.

La superficie si aprì e lui sprofondò fino alla vita in meno di un secondo.

«KAI!»

Brian fu il primo a girarsi.

Lo vide con le braccia aperte sul bordo di quella buca improvvisa, le mani che cercavano presa su un terreno che continuava a cedere sotto la pressione.

«Ragazzi aiutatemi!» disse Kai con voce tremante.

«Non muoverti!» urlò Brian.

«Non appoggiarti, lascia che le braccia reggano!»

Kai aveva la faccia di chi sta cercando di non farsi prendere dal panico con risultati alterni.

«Facile a dirsi!»

Il terreno intorno alla buca pulsava.

Quella cosa sotto la superficie che si muoveva, adesso più visibile, come correnti che giravano attorno al punto in cui Kai era sprofondato.

La Custode valutò la distanza in un secondo.

«Catena. Adesso.»

Si organizzarono in fretta.

Brian sdraiato sul terreno a pancia in giù, le mani verso Kai, Giusy che teneva i piedi di Brian, Giordano che teneva Giusy, la Custode che chiudeva la catena.

Fuffi rimase immobile sulla spalla di Giordano, la stellina sul petto che pulsava più forte del solito.

«Preso» disse Brian, afferrando i polsi di Kai.

«Tiriamo quando dico io. Non prima.»

«Capito.» rispose la Custode.

«Adesso.»

Tirarono.

Il terreno non voleva lasciarlo, non come il fango normale che si arrende alla forza, ma con una resistenza attiva, quasi intenzionale, come se stesse stringendo.

Kai grugnì.

Brian serrò i denti.

Giusy spinse con i talloni sulla superficie instabile.

Un secondo. Due. Tre.

Poi Kai uscì, di colpo, come quando una cosa che stringe lascia la presa tutta insieme.

Si trascinò avanti sul terreno, ansimando, fango scuro che gli colava dai pantaloni.

«Grazie amici.» disse, quando riuscì a parlare.

«Grazie.»

Brian gli batté una mano sulla spalla.

«Benvenuto nel club delle esperienze che non racconteremo ai donatori.»

Ma nessuno rise.

Perché il terreno intorno a loro stava cambiando.

La buca da cui avevano estratto Kai si era già richiusa, non lentamente, di scatto, come una bocca che si chiude.

E quella stessa superficie pulsante stava avanzando.

Non verso un punto preciso, verso tutti i punti.

Si espandeva in cerchio, lentamente ma senza fermarsi, la striscia di terreno anomalo che si allargava attorno al gruppo come qualcosa che stava decidendo di circondarli.

«Si sta muovendo» disse Giusy, sottovoce.

«Lo vedo» disse la Custode.

«Perimetro in espansione» disse Aethyr.

«Velocità: lenta ma costante.

Proiezione: il gruppo sarà completamente circondato in circa tre minuti.»

«Possiamo correre?» chiese Brian.

«Se correte sul terreno anomalo rischiate di affondare come Kai.

Se aspettate, sarete circondati da esso.»

Aethyr si illuminò di un blu più intenso.

«Probabilità di attraversamento sicuro: diciassette percento.»

«Diciassette» ripeté Kai.

La Custode si girò verso il bordo più vicino, valutando la distanza.

Alzò una mano, il Mantello si mosse attorno a lei, fili di rame che si tendevano, pergamene che vibravano.

Stava preparando qualcosa.

Lo scagliò verso il terreno davanti a loro, un impulso di energia che avrebbe dovuto solidificare la superficie, creare un percorso praticabile per pochi secondi, abbastanza da attraversare.

Il terreno assorbì l'impulso senza reagire.

La Custode rimase immobile un secondo.

Poi abbassò la mano.

«Non funziona» disse.

La voce era piatta, del tipo che si usa quando si sta cercando di non trasmettere quanto la cosa sia seria.

«Assorbe la magia. Qualunque cosa sia, si nutre di energia.»

«Probabilità aggiornata» disse Aethyr.

«Undici percento.»

«Smettila di aggiornare» disse Brian.

Il terreno era a meno di tre metri da loro su tutti i lati.

Fuffi scese dalla spalla di Giordano.

Atterrò sul suolo solido, e si girò verso Giordano.

Lo fissò.

Non con paura.

Con qualcosa di diverso.

Era uno sguardo che voleva quasi parlare.

Giordano incontrò quegli occhi.

Qualcosa si mosse dentro di lui.

Non scelse di agire.

Agì.

Si abbassò.

Posò entrambe le palme sul terreno, quello solido, ancora integro sotto i loro piedi.

Chiuse gli occhi.

«Giordano, cosa—» cominciò Giusy.

«Silenzio» disse la Custode.

Sottovoce, ma con una qualità che non ammetteva repliche.

Il terreno anomalo era a un metro.

Ottanta centimetri.

Sessanta.

Poi si fermò.

Non di colpo.

Come qualcosa che perde la spinta, che si esaurisce dall'interno.

La superficie pulsante rallentò, rallentò ancora, e poi si solidificò, non tutta insieme, ma a partire dal punto in cui Giordano aveva le mani appoggiate, verso l'esterno, come un'onda che si propaga al contrario.

La cicatrice alla nuca di Giordano si illuminò.

Non il solito pulsare interno che lui sentiva e gli altri non vedevano.

Una luce tenue, bianco-dorata, visibile.

Per la prima volta in tutta la storia, la melagrana incisa sulla sua nuca brillava dall'esterno.

Nessuno parlò.

Trenta secondi.

Un minuto.

Il terreno anomalo era immobile.

Solidificato.

Attraversabile.

Giordano aprì gli occhi.

Si rialzò lentamente, le mani che si staccavano dal suolo.

Guardò davanti a sé.

Il percorso era libero, il terreno compatto, come avrebbe dovuto essere dall'inizio.

Poi guardò le sue mani.

Poi gli altri.

«Andiamo» disse.

Come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Nessuno si mosse per un secondo.

Poi la Custode gli fu davanti.

Lo guardò.

Non con stupore, con qualcosa di più preciso.

Il Mantello era immobile, stranamente immobile, come trattenuto.

«Come ti senti?» chiese.

«Bene.»

Lei non si mosse.

«Bene come? Stanchezza? Dolore? Vertigini?»

Giordano ci pensò su, come se stesse facendo un inventario onesto.

«No. Niente. Sto bene.»

La Custode lo fissò ancora qualche secondo.

«Andiamocene in fretta.» Disse.

Poi si girò e riprese a camminare verso le Lacrime della Luce, il Mantello che ricominciava a muoversi attorno a lei con il suo ritmo solito.

Non aggiunse altro.

Ma Fuffi, risalendo sulla spalla di Giordano, le passò accanto.

Per un istante brevissimo, il Mantello e la stellina sul petto del gatto vibrarono alla stessa frequenza.

Come due cose che sanno la stessa cosa e hanno deciso, per adesso, di non dirla.


IL CAMMINO VERSO LE LACRIME


Il terreno tornò normale quasi subito dopo, come se quell'anomalia non fosse mai esistita.

Roccia solida, erba secca, il suolo della transizione che conoscevano.

La Custode ci camminava sopra senza commentare, ma Giordano vide che lo guardava con i piedi prima di posarli, un gesto piccolo e impercettibile che non faceva prima.

«Aethyr» disse Brian, dopo qualche minuto di silenzio.

«Cos'era quella roba?»

«Sto ancora elaborando» disse Aethyr.

«I dati raccolti durante l'anomalia sono parziali. La struttura cristallina non corrisponde a nessun substrato nel mio archivio.

Posso dire con certezza che assorbiva energia attivamente: magica, cinetica, probabilmente anche luminosa. Come un parassita ambientale. Ma l'origine...»

Si illuminò di un blu pensieroso.

«Non ho una spiegazione soddisfacente.»

«Per una volta» disse Kai,

«mi fa sentire meglio che nemmeno tu sappia.»

«Statisticamente, ci sono molte cose che non so.»

«Sì, ma di solito non lo ammetti così in fretta.»

La Custode si fermò senza voltarsi.

«L'anomalia non era naturale» disse.

«Qualcuno, o qualcosa, ha modificato quel terreno di recente.

Non era così l'ultima volta che sono passata di qui.»

Una pausa.

«Che sia stato il coniglio, o qualcos'altro, non lo so. Ma quel percorso era sicuro. Non lo è più.»

«Il che significa» disse Giusy,

«che le vostre mappe stanno cambiando.»

«Il che significa» disse la Custode, riprendendo a camminare,

«che dobbiamo fare in fretta.»

Andarono avanti in silenzio per qualche minuto.

Poi la Custode rallentò il passo finché non fu al fianco di Giordano.

«Sei consapevole di quello che hai fatto?» chiese, la voce bassa, come se la conversazione fosse solo tra loro.

«No» disse Giordano, onesto.

«So cosa è successo, ma non so come l'ho fatto.»

«Quello che hai fatto» disse lei,

«ha un costo. Cambiare lo stato ambientale di una zona magica richiede un'energia enorme. Il tipo che lascia fuori combattimento per giorni.

Io con tutto il Mantello avrei potuto provarci, ma mi sarei svuotata a metà.»

Si voltò a guardarlo.

«Tu dovresti esserti risvegliato due giorni dopo, nel migliore dei casi.»

«Invece sto bene.»

«Invece stai benissimo.»

Lo disse con quella qualità di voce che non è stupore ma è qualcosa che ci assomiglia e ha deciso di non mostrarlo.

«Come mai?»

Giordano ci pensò su.

Poi alzò una mano e si toccò la nuca, non il gesto automatico di sempre, qualcosa di più deliberato, come chi tocca una cosa per capirla invece di verificare che ci sia ancora.

«Non lo so» disse.

«Ma quando Fuffi mi ha guardato...»

Si interruppe, cercando le parole.

«Non è stata una scelta. È stato come se qualcosa dentro di me sapesse già cosa fare.»

Fuffi, sulla sua spalla, non commentò.

Ma le orecchie si mossero appena.

La Custode non aggiunse altro.

Ma Giordano vide il Mantello fremere, piano, quasi impercettibile, il tipo di reazione che ha quando lei pensa a qualcosa che non dice.

«L'abbiamo scampata bella» disse Kai, da dietro.

«Senza Giordano eravamo tutti morti. O peggio, finiti sotto quel terreno strano a fare compagnia alle strutture cristalline non classificate.»

«Tecnicamente» disse Aethyr,

«la probabilità di sopravvivenza era scesa all'undici percento prima dell'intervento. Quindi è stata una questione di margini molto ridotti.»

«Grazie per il riepilogo» disse Brian.

«Indispensabile come sempre.»

«Prego.»

«Era sarcasmo, Aethyr.»


IL QUINTO FRAMMENTO


Le Lacrime della Luce erano esattamente quello che il nome prometteva e che nessuna descrizione avrebbe reso giustizia.

Laghetti piccoli e trasparenti collegati da fiumicelli sottili, sentieri intrecciati tra vegetazione umida e rocce coperte di muschio luminoso.

Il tipo di luce che non viene dal sole ma dal suolo stesso, come se la terra qui avesse deciso di essere generosa con la luce invece di assorbirla.

L'aria sapeva di acqua pulita e di qualcosa di dolce che nessuno riuscì a identificare.

Giusy si fermò un secondo, guardandosi intorno.

«È bellissimo.»

«Sì» disse la Custode, senza fermarsi.

«E non abbiamo tempo per apprezzarlo.»

«Tipico» disse Brian.

La Custode seguiva un ruscello, non a caso, con la precisione di chi sa dove porta.

Il Mantello si muoveva diversamente qui, più leggero, come se l'ambiente gli fosse familiare e confortante.

Seguirono un filo d'acqua per qualche minuto, attraverso una vegetazione sempre più fitta, finché il ruscello non si restrinse e cadde su una roccia creando una piccola cascata, un metro e mezzo al massimo, l'acqua che scendeva in un velo sottile e trasparente.

La Custode si avvicinò senza esitazione.

Allungò una mano dentro l'acqua che cadeva, non per fermarla, ma come se cercasse qualcosa dietro di essa.

Le dita toccarono la roccia, si mossero lateralmente, trovarono quello che cercavano.

Uno scompartimento si aprì nella roccia, identico a quello della Spiaggia Nera, identico nella forma e nel materiale.

Dentro, la scatola di bronzo lucido.

Estrasse la Chiave di Salomone dal Mantello, aprì la scatola.

Il quinto Frammento.

Giordano lo prese, lo sistemò nell'imbracatura accanto agli altri.

Cinque luci che pulsavano insieme.

L'esagono era quasi completo.

«Ok» disse, guardando la Custode.

«Mi dovrai spiegare molte cose quando non avremo più conigli da combattere.»

Lei rise, una risata vera, breve, il tipo che scappa prima che si decida di trattenerla.

«Più domande fai e meno capirai.

Lascia che le cose vengano da sole. Avranno più senso.»

«Non è una risposta soddisfacente.»

«No. Ma è quella giusta.»

Si guardarono un secondo.

Poi la Custode si voltò verso il gruppo.

«Bene, squadra. Ne manca uno.»

«Uno» ripeté Kai.

«Dove?»

«Al Mercato delle Meraviglie.»

Silenzio.

«Al Mercato delle Meraviglie» ripeté Brian, lentamente.

«Quello a tre ore di cammino da Agridonia.»

«Sì. È l'unico Mercato delle Meraviglie che conosco.»

«E il Frammento è lì.»

«Su una bancarella di cianfrusaglie, per essere precisi.»

Kai aprì la bocca.

La richiuse.

La riaprì.

«Ma caspita, perché non ci siamo andati subito?»

La Custode lo guardò con la pazienza di chi risponde a una domanda ovvia.

«Prima le cose complicate, poi quelle facili. È meglio.»

«Per chi?»

«Per tutti. Se aveste trovato il sesto prima degli altri, non avreste capito quanto valgono.»

Kai rimase in silenzio un momento, considerando la risposta.

«Non so se ha senso.»

«Ha senso» disse Giordano.

«Ha moltissimo senso» disse Giusy.

La Custode si girò.

«Andiamo.» disse.


IL SESTO FRAMMENTO


Il Mercato delle Meraviglie era come lo ricordavano:

rumore, colori impossibili, l'odore di spezie bruciate e di quella dolce disperazione di chi cerca qualcosa che non sa di aver perso.

Camminarono tra le bancarelle con quel tipo di passo che hanno le persone che hanno già vissuto troppe cose in una giornata sola e vogliono soltanto tornare a casa.

«Sento già la birra del Centro le Maschere» disse Brian.

«Quella sa di piede» disse Giusy.

«Sì, ma è la mia birra che sa di piede. C'è differenza.»

La Custode non partecipava alla conversazione.

Camminava con sicurezza, come faceva sempre quando sapeva dove stava andando.

Si fermò davanti a una bancarella.

Una signora anziana stava sistemando oggetti su un banco già stracolmo.

Cose strane, cose belle, cose che non avevano nessun nome ovvio e sembravano aspettare che qualcuno ne inventasse uno.

Orologi che segnavano ore impossibili, bottiglie con dentro nuvole in miniatura, una scarpa singola di un colore che cambiava con la luce.

E in mezzo a tutto questo, quasi nascosta tra un candelabro storto e una scatola di semi luminosi, c'era una scatola rettangolare di bronzo lucido.

Identica alle altre.

La Custode la indicò con un cenno del mento.

«Quella.»

«Quanto costa?» chiese la mercante, prima che la Custode aprisse bocca.

«Non è in vendita» disse la mercante, senza alzare lo sguardo dagli oggetti che stava sistemando.

La Custode non si scompose.

«La Stella del Mattino ti porta i suoi saluti.»

La mercante si fermò.

Si raddrizzò lentamente.

Guardò la Custode con un'espressione che non era stupore.

Era riconoscimento.

Come chi sente una parola che aspettava da anni e non era sicuro di sentire mai.

«Sessantasei Oboli» disse.

Il gruppo rimase in silenzio.

Nessuno fece domande.

Nessuno commentò.

La Custode si girò verso Giordano con la naturalezza di chi sa già la risposta.

«Paga.»

Prese la scatola e si incamminò.

Due passi.

Si girò.

«Andiamo a casa.»

Giordano tirò fuori un sacchetto dal mantello, lo posò sul banco della mercante.

«Tieni il resto.»

La mercante lo guardò.

Poi guardò il sacchetto.

Poi annuì.

Quel tipo di annuire che non è solo ringraziamento ma qualcosa di più antico.

Giordano seguì la Custode.

Gli altri lo seguirono.


IL RITORNO AD AGRIDONIA


Camminavano da un'ora quando Brian ruppe il silenzio.

«Sessantasei Oboli» disse.

«Sì» disse la Custode.

«Perché sessantasei?»

«Perché è quello che vale.»

«Ma perché proprio sessantasei? Non sessanta, non settanta. Sessantasei.»

La Custode camminò ancora qualche passo.

«Alcune cose hanno un prezzo preciso, Brian. Non tutto si arrotonda.»

«E la Stella del Mattino. Come sapeva cosa significava?»

«Alcune persone aspettano di sentirlo per tutta la vita.»

Brian considerò la risposta.

«Ok. Non capisco niente, ma ok.»

«Benvenuto nel club» disse Kai.

«Il club di quelli che non capiscono niente?»

«Il club di quelli che vanno avanti lo stesso.»

Camminarono.

Il sole scendeva sul Mondo Giordano nel modo in cui scende sempre, senza chiedere permesso, senza aspettare che nessuno fosse pronto.

Le luci di Agridonia si intravedevano all'orizzonte, il vapore delle caldaie che saliva nell'aria della sera.

«Sei Frammenti» disse Giordano, quasi a se stesso.

«Sei» confermò la Custode.

«E adesso?»

«Adesso li porti a Lorenzo. Lui e Vittorio sanno cosa fare.»

Giordano annuì.

Sentì il peso dei Frammenti nell'imbracatura sul petto.

Non pesante fisicamente, ma con quella qualità specifica delle cose importanti, quelle che ti fanno sentire il loro valore anche quando le tieni leggere.

Toccò la cicatrice alla nuca.

Con una domanda diversa da quella che faceva da anni.

Non la fece ad alta voce.

Non era ancora il momento.

Ma era lì.

«Io ho una domanda» disse Kai.

«Dimmi» disse Giordano.

«Quando arriviamo al Centro le Maschere, la birra la offre il Nucleo o la paghiamo noi?»

Brian aprì le braccia.

«Finalmente una domanda sensata.»

«La paga il Nucleo» disse Giordano.

«Siamo andati a prendere gli ultimi tre Frammenti del Codice Maestro. Minimo ci spetta una birra.»

«Anche quella che sa di piede?» chiese Giusy.

«Soprattutto quella.»

Agridonia li accolse con il suo rumore solito:

caldaie, strade che si sistemavano per la notte, il Centro le Maschere già acceso in lontananza.

La città che non sa mai cosa è appena successo fuori dalle sue mura, e va avanti lo stesso.

Come sempre.


FABIO CHIUDE:


L'esagono è completo.

Sulla carta, nel palmo di una mano, nell'imbracatura sul petto di un ragazzo che non sa ancora cosa significa davvero tenerli tutti insieme.

Una cosa sola voglio che portiate via da questa puntata.

Non i sei Frammenti.

Non la cicatrice che si illumina.

Non la frase sulla Stella del Mattino.

Questa:

Giordano ha toccato la cicatrice alla nuca con una domanda diversa da tutte quelle che aveva fatto prima.

Non la solita verifica, sei ancora qui, perché esisti, ma qualcosa di nuovo.

Non l'ha fatta ad alta voce.

Non era ancora il momento.

Ma era lì.

E le cose che esistono, anche in silenzio, prima o poi trovano il modo di essere sentite.

La prossima volta i Frammenti raggiungono chi dovrà decidere cosa farne, e qualcuno in quella stanza sa già più di quanto dirà ad alta voce.

Non sarà una conversazione semplice.

Alcune non lo sono mai.

A venerdì prossimo, viandanti.



© Il Mondo Giordano — Giordano Project

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page