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OTTAVA PUNTATA

  • 11 feb
  • Tempo di lettura: 11 min

Aggiornamento: 27 giu

PUNTATA 8 - S1



AMORE APOCALITTICO




FABIO APRE


Ho appena scoperto che i conigli sono più pericolosi dei draghi.

È che ad Agridonia i draghi non esistono, quindi il confronto regge.

Stasera solo tre cose:

una mappa che disegna un esagono, un menestrello che offre un posto a una flautista, e un padre che ha deciso di rifare l'errore più pericoloso del mondo.

Ma al contrario.

Se vi sembra complicato, tranquilli.

È peggio.

Sedetevi.

Questa volta la domanda non è chi vince tra Nucleo e Velo.

La domanda è: quanto siete disposti ad amare in un mondo che continua a rompersi?


LA SCELTA


Giordano spinse la porta dell'Osservatorio con la spalla.

La polvere del Monte di Vetro gli era ancora addosso.

Quando si tolse il mantello, una cascata di granelli bianchi si rovesciò sul pavimento, crepitando sotto le scarpe.

Fuffi gli scivolò giù dalla spalla, si acciambellò vicino al banco e chiuse gli occhi come se la notte non fosse mai finita.

Lorenzo era già lì, davanti alla mappa olografica sospesa a mezz'aria.

Tre punti luminosi pulsavano lentamente.

Attorno ad altri tre spazi vuoti, la luce disegnava solo tracce accennate. L'abbozzo di qualcosa che aspettava.

«Sei tornato» disse, senza voltarsi.

Giordano appoggiò lo zaino. Sul pavimento, le sue impronte lasciavano polvere del Monte e fango della Cintura Nebula mescolati insieme.

«Cosa ha detto l'Araldo?» chiese Lorenzo, notando i granelli dorati rimasti sui polpastrelli.

Giordano non rispose a parole.

Si avvicinò alla mappa e, con l'indice, unì i tre punti pieni.

La linea di luce scattò, seguì il gesto, e quando arrivò al terzo Frammento la mappa decise da sola il resto: un esagono quasi perfetto si chiuse, completando i lati fino ai punti vuoti.

Lorenzo osservò il disegno.

«Quindi ha confermato ciò che sospettavo» mormorò.

Ingrandì le tre zone vuote con un gesto delle dita.

Lembi di mappa incerti, ma adesso segnati da piccoli vortici di luce.

«Ai vertici che completano la figura.»

Giordano annuì, le labbra strette.

Fuffi aprì un occhio proprio nel momento in cui il centro geometrico dell'esagono si illuminò per un istante.

Come una pupilla che si restringe.

«E l'Araldo ti ha detto altro?» chiese Lorenzo.

«Su di te.»

Giordano non rispose subito.

Fissò il punto esatto dove le sei linee convergevano.

Per istinto, si portò una mano alla nuca, dove la cicatrice a melagrana pulsava appena sotto i capelli.

«Ha mostrato il disegno» disse alla fine.

«Ha parlato di figure, non di profezie. E quando ha finito di tracciare i punti, ha guardato il centro.»

Lorenzo restò in silenzio. La mappa proiettava un alone di luce sul viso di Giordano, tagliandolo a metà. Una parte illuminata, l'altra in ombra.

«L'Araldo è fatto di metafore e sabbia» disse piano.

«Non ti dirà mai "tu farai questo o quello". Magari ti ha ricordato solo che il centro di una figura non è un luogo da trovare. È una posizione da occupare.»

Giordano strinse la mascella.

«Non ci ha detto cosa significhi starci, al centro. Solo che, quando i sei Frammenti saranno nello stesso posto, qualcuno dovrà decidere cosa farne. E mi guardava come se lo sapesse già.»

Silenzio. La mappa continuò a pulsare con la sua calma indifferente.

«Riunire i Frammenti sarà già un'impresa» disse Lorenzo.

«Ma non è lì che si giocherà la parte più difficile.» Spostò lo sguardo dal disegno al ragazzo.

«Il vero problema non sarà completare l'Esagono. Sarà la decisione che prenderai tu quando lo avrai davanti. Forse era questo che voleva dirti.»

Giordano fece un mezzo sorriso amaro.

«Bella consolazione.»

Un Obolo rotolò fuori dalla tasca di Lorenzo, tintinnando sul pavimento. Si fermò proprio sul centro dell'esagono proiettato, e per un istante la luce si riflesse sul metallo come se il mondo volesse sottolineare il punto.

Giordano lo raccolse con due dita.

«La Custode, ci ha fermati e ci ha messi in guardia, non rideva» disse, guardando il cerchio di luce che gli ballava sul palmo.

«Quando ha parlato dell'Incantesimo Proibito. Era spaventata. Non del rito in sé. Di chi vuole rifarlo.»

«Vittorio, vuole eseguire l’incantesimo.» disse Lorenzo. Non era una domanda.

«Ha detto che un rituale così non è un filo su cui camminare. È una lama che cade. La prima volta ha rotto l'equilibrio. Una seconda—»

Si interruppe.

Le parole gli morirono in gola perché l'immagine tornò da sola: due orecchie dritte in mezzo alla strada di vetro, un corpo piccolo, un sorriso che non appartiene agli animali.

Per un attimo, il ricordo gli sfuggì. Come se il coniglio stesse ancora lavorando per cancellarsi.

Giordano chiuse gli occhi, si obbligò a tenerlo fermo.

Il muso che si distendeva storto. Il pelo che fumava ai bordi. L'ombra che cresceva più del corpo.

«Sul sentiero per il Monte, qualcosa ci ha fermati» disse lentamente.

Lorenzo non lo interruppe. Lo lasciò cercare le parole da solo.

«Era un coniglio. Solo che non era solo un coniglio.

Per un attimo ho smesso di ricordare cosa stavo dicendo, come se qualcuno mi avesse tirato una coperta sulla testa. Fuffi ha soffiato come se avesse davanti un mostro.»

Fuffi, come chiamato in causa, mosse la coda nel sonno. Un verso basso gli vibrò in gola.

«Aethyr l'ha chiamata anomalia» aggiunse Giordano.

«Come se fosse un errore di bozza nella realtà.»

Lorenzo inspirò piano.

«L'Incantesimo Proibito non crea solo creature. Piega il tessuto del mondo per far loro spazio. Isa lo ha fatto per amore, e il mondo ha barcollato lo stesso. Se tuo padre sta cercando di rifarlo—»

Non finì la frase.

Giordano guardò di nuovo il punto centrale della figura.

«E se quel coniglio fosse solo una prova? Un tentativo fallito. Un primo essere che non è riuscito a nascere del tutto.»

Le dita si chiusero a pugno attorno all'Obolo.

Lorenzo gli posò una mano sulla spalla.

«Vittorio non sa resistere ai riti che promettono controllo. Se sta già giocando con la formula che ha creato Fuffi, ogni piccolo errore comincerà a comparire in giro. Animali, glitch, ricordi che scappano.»

Si scambiarono uno sguardo breve, carico.

«Dobbiamo stare attenti» concluse Lorenzo.

«A ogni cosa che sembra fuori posto. E a quello che il mondo cerca di farci dimenticare.»

Giordano annuì.

A terra, la linea dell'esagono passava proprio sotto le sue scarpe. Senza accorgersene, era già in piedi sul centro.


IL MERCATO DELLE MERAVIGLIE


La Pianura Colorata era un'esplosione controllata di caos creativo.

Bancarelle di legno storto con cianfrusaglie dubbie e tesori autentici mescolati insieme senza criteri, l'aria che sapeva di spezie bruciate.

Brian camminava tra i banconi con il liuto-corvo in spalla e l'occhio allenato di chi sa distinguere la reliquia dalla cianfrusaglia. Non sempre, ma abbastanza da non tornare mai completamente a mani vuote.

Non era venuto per le reliquie sta volta.

Una melodia sottile attraversò l'aria. Poche note, limpide e un po' tristi, del tipo che taglia il rumore del mercato senza alzare la voce. Brian la seguì come si segue un filo d'oro in un tessuto sfilacciato.

La trovò dietro una bancarella carica di roba assurda: orologi che segnavano il tempo di vite altrui, specchi che mostravano ciò che avresti potuto essere, una gabbia di ottone che conteneva, secondo il cartello scritto a mano, "un sogno rimandabile".

Filippo sistemava mappe su un lato. Giusy suonava il flauto su uno sgabello, gli occhi chiusi, completamente dentro la musica.

Il modo in cui teneva lo strumento era preciso, quasi scientifico. Il modo in cui lasciava respirare le pause era un'altra cosa: pura gentilezza verso chi ascoltava.

Mentre Brian si avvicinava, una donna con occhi cerchiati di stanchezza si fermò davanti a Giusy.

«Ho sentito che hai… cose per dimenticare» sussurrò.

Giusy, smise di suonare, fece scivolare verso di lei una scatola di legno.

«Tre volte al giorno la apri» disse.

«Non di più. Altrimenti dimenticherai anche perché volevi dimenticare.»

E riprese a suonare.

Nessun giudizio nel tono. Solo la calma di chi ha già visto cosa succede a chi esagera.

La donna pagò con Oboli che sembravano più leggeri degli altri e se ne andò stringendo la scatola al petto.

Brian aspettò che si allontanasse.

«Se questo è il riscaldamento, ho un pubblico di boccali di birra che dovrei farle conoscere.»

Giusy concluse la melodia con una nota lunga che si sospese nell'aria più del necessario. Aprì gli occhi. Chiari, attenti, il tipo che ti misurano senza aggressività.

«Il viandante con il liuto-corvo. Oggi da critico musicale o ladro di melodie?»

Filippo alzò lo sguardo.

«Ah, il menestrello del Nucleo. Hai sopravvissuto all'Araldo, vedo.»

Brian fece un inchino teatrale.

«Brian. Menestrello, portatore sano di metafore e pessime decisioni. Di solito in quest'ordine.»

Giusy inclinò appena la testa, come se stesse valutando il rapporto rischio-beneficio tra credergli e prenderlo in giro.

«Metafore e pessime decisioni… suona come metà dei clienti del mercato. Con la differenza che tu sembri consapevole.»

Più tardi, seduti su casse di legno dietro la bancarella, il mercato che viveva rumoroso attorno a loro.

Brian indicò un oggetto sul banco.

«E quello?»

«Un riavvolgitore di verità» disse Giusy.

«Giri la manovella e ti dice qualcosa che già sai, ma in modo che sembri nuovo. Lo zio lo vende come strumento di crescita personale.»

«Funziona?»

Sorrise.

«Funziona così bene che la gente paga per sentirsi dire ciò che non vuole sentire.»

Poi aggiunse, più piano:

«Io lo uso solo quando non riesco a essere sincera da sola. Mi ricorda che la verità non ha bisogno di effetti speciali.»

Il sole iniziò a calare, tingendo la Pianura Colorata di sfumature ramate.

Brian raccontò. Non tutto, ma abbastanza:

Giordano, la cicatrice a melagrana, il Nucleo e il Velo, la Custode, Fuffi, il coniglio sul sentiero.

Giusy non lo interruppe quasi mai. Fece domande brevi, mirate, del tipo che mostrano più logica che curiosità morbosa:

«Perché proprio lui?»,

«Chi decide cosa è giusto?»,

«La Custode vende davvero solo lealtà o anche paure?»

Quando Brian finì, lei restò un attimo in silenzio con il flauto sulle ginocchia, le dita che sfioravano i fori come se stesse facendo i conti.

«Sai cosa mi piace del modo in cui ne parli? Non stai cercando di convincermi che il Nucleo siano i buoni. Stai solo cercando di non lasciare Giordano da solo.»

«Perché è quello il punto» disse Brian.

«Non si tratta di salvare il mondo. Si tratta di non abbandonare le persone mentre il mondo cerca di salvarsi da solo. A volte l'atto più rivoluzionario è semplicemente restare.»

Giusy abbassò lo sguardo un secondo. Un mezzo sorriso le sfiorò le labbra.

«Restare è più difficile che partire. Partire ha sempre una scusa pronta. Restare ti costringe a fare i conti con chi sei.»

Silenzio. Il tipo carico, non quello vuoto.

Brian, con un filo di nervosismo che nemmeno lui sapeva di avere:

«Se un giorno ti stanchi di vendere meraviglie… al Centro le Maschere c'è sempre una sedia libera. E un palco che aspetta un flauto. C'è anche una birra che sa di piede, ma quella possiamo saltarla.»

Giusy lo guardò come si guarda una carta in più in un gioco che non conosci ancora del tutto.

Poi annuì, lentamente.

«È una bella proposta. Ma io e lo zio viaggiamo spesso. E qualcuno deve assicurarsi che non venda se stesso per sbaglio insieme alle mappe.» Una piccola risata, poi più seria:

«Non posso dirti sì. Non ancora. Ho una responsabilità qui. E non prendo alla leggera l'idea di mettere il piede in mezzo tra Nucleo, Velo e tutto il resto.»

«Capisco. Non è un invito con scadenza. È più un promemoria: sapere che c'è un posto dove puoi venire se un giorno ne avrai voglia.»

«Allora facciamo così: tu tieni il posto, io tengo lo zio in vita e la bancarella in piedi. Se i due compiti diventano compatibili… forse mi vedrai arrivare con questo flauto sotto braccio.»

Lo puntò con uno sguardo dolce e lucidissimo insieme.

«Ma sappi che se mi unissi al vostro gruppo non verrei per salvare il mondo. Verrei per evitare che qualcuno lo distrugga senza accorgersene. È diverso.»

«Direi che è esattamente il tipo di persona di cui abbiamo bisogno.»

Giusy sorrise, e per la prima volta quell'espressione raggiunse gli occhi davvero, li illuminò di qualcosa di caldo.

«Forse un giorno. Però io suono solo per chi sa ascoltare. Non solo sentire.»

«Allora siamo in due.»

Quando Brian si allontanò tra le bancarelle che iniziavano a chiudere,

Giusy riprese il flauto. Suonò una melodia nuova, qualcosa che non aveva mai suonato prima, a metà tra una promessa e una domanda, con dentro una nota razionale che teneva a bada il resto.

Filippo la guardò con un sopracciglio alzato.

«Menestrelli, eh?»

«È bravo ad ascoltare» disse Giusy, senza smettere di suonare.

«È raro.»

«Tutti i problemi iniziano così, sai. Con qualcuno che sa ascoltare.»

Lei sorrise contro l'imboccatura del flauto. Il pensiero che non disse era semplice: magari, per una volta, potrebbero iniziare anche le soluzioni.


LA TORRE NERA


Il laboratorio di Vittorio era immerso in una luce azzurrina che non scaldava.

Le pareti tappezzate di appunti, schemi, formule. Tra un diagramma e l'altro, la melagrana spezzata compariva come un ritornello.

Sempre uguale, sempre un po' più consumata del foglio intorno. Sul tavolo, il grimorio di Isa era aperto sull'Incantesimo Proibito, gli angoli delle pagine sfibrati dal tipo di usura che non viene dall'uso ma dal tenerlo chiuso per anni e poi riaprirlo e poi richiuderlo.

Disegni di conigli e di gatti sparsi ovunque. Alcuni innocenti: orecchie morbide, occhi tondi, appena abbozzati a matita come se la mano non avesse voluto finirli. Altri mostruosi: pupille vuote, bocche di denti appuntiti, corpi attraversati da linee di circuito.

Vittorio guardò le sue mani. Le piegò, le aprì, le avvicinò alla luce azzurra.

Mani che avevano tenuto in braccio suo figlio. Le stesse che avevano spinto via il mondo intero nello stesso gesto.

«Hai creato un faro, Isa» mormorò, la voce che si perdeva tra ampolle e metallo.

«Ma i fari servono a chi è già al sicuro. Io sono ancora in mezzo alla tempesta.»

Prese terra della Cintura Nebula da una bacinella. Fango grigio-verde che odorava di pioggia vecchia e promesse non mantenute. La versò nel calderone di bronzo, dove sfrigolò come se ricordasse il primo rituale. Poi spezzò circuiti delle Rovine degli Illuminati, schegge di schede madri, fili sottili, chip che ancora lampeggiavano, e li lasciò cadere nel fango ribollente.

«Se non posso avere il tuo faro» continuò, senza alzare lo sguardo,

«mi costruirò un'ancora.»

L'azzurro dei Frammenti nella stanza accanto filtrava dalla porta socchiusa e andava a posarsi sulla superficie del calderone.

Vittorio immerse un dito nel fango tiepido, tracciò il codice con la sicurezza di chi ha ripassato quel gesto mille volte nella mente prima di farlo con le mani. Il simbolo del gatto, quello che Isa aveva disegnato anni prima, apparve per un attimo, poi si contorse, le linee si allungarono in orecchie di coniglio, il corpo si restrinse, il centro si serrò in un nucleo scuro.

«Un Anti-Fuffi» disse sottovoce.

«Non per distruggere. Per tenere insieme ciò che altrimenti volerebbe via.»

Lo disse come un uomo che sta implorando, non lanciando un incantesimo.

Il calderone vibrò, emettendo un suono basso che fece tremare i denti. Gli strumenti appesi alle pareti tintinnarono appena.

Per un istante, l'ombra di un piccolo animale, orecchie lunghe, schiena arcuata, si proiettò sulla parete. Scomparve prima che l'occhio potesse metterla a fuoco.

Da qualche parte, molto lontano, il coniglio anomalo sul sentiero del Monte di Vetro si immobilizzò. Come se avesse sentito chiamare il proprio nome.

Sulla pagina del grimorio, accanto al codice del rituale, una parola scritta dall'inchiostro di Isa brillò:

Non farlo.

Per un secondo, la luce azzurra e quella dell'inchiostro si sovrapposero sul viso di Vittorio. Lui vide l'avvertimento. Lo seguì con lo sguardo. Poi chiuse la mano a pugno sul bordo del tavolo.

Buio.


FABIO CHIUDE


Miei spettatori di catastrofi a rallentatore, riepilogo veloce prima che la realtà si stanchi di noi.

Un ragazzo capisce che il vero centro non è l'Esagono.

È il proprio cuore che batte troppo forte ogni volta che qualcuno gli dice "scegli". Non è una rivelazione comoda.

Un uomo, nella sua solitudine spezzata, pensa di poter usare la magia che gli ha portato via l'amore per fermare il dolore. Non si rende conto, o forse se ne rende conto benissimo e va avanti lo stesso, che è peggio, che sta per diventare lui stesso il dolore.

E un menestrello invita una flautista a suonare in un bar che puzza di birra e destino.

Presto parleremo di cosa succede quando l'Anti-Fuffi apre gli occhi e scopre che il mondo è già abbastanza rotto senza di lui, ma sarà affamato lostesso.

Ma prima vi farò vedere chi è veramente la Custode della Nebbia. La prossima volta vedremo come una bambina lega un patto con un mantello magico senza volerlo.

Ve l’ho dio già, non è come sembra.

Portate caffè. E magari un flauto.

Finché qualcuno suona, anche dopo il Reset, c'è ancora qualcosa.

Buona notte, viandanti.



© Il Mondo Giordano — Giordano Project

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