OTTAVA PUNTATA
- 11 feb
- Tempo di lettura: 11 min
AMORE APOCALITTICO
Narrato da Fabio, che ha appena scoperto che i conigli sono più pericolosi dei draghi, ma ad Agridonia non esistono i draghi.
Miei viandanti dalle aspettative troppo alte, stasera niente inseguimenti spettacolari né esplosioni di magia liquida.
Solo tre cose:
una mappa che disegna un esagono, un menestrello che offre un posto a una flautista e un padre che ha deciso di rifare l'errore più pericoloso del mondo, ma al contrario.
Se vi sembra complicato, tranquilli.
È peggio.
Sedetevi.
Questa volta vi stiamo chiedendo quanto siete disposti ad amare in un mondo che continua a rompersi.
Perché questa non è una puntata sulla guerra tra Nucleo e Velo.
È una puntata su ciò che rimane quando tutto crolla: i legami.
LA SCELTA
Osservatorio del Nucleo
Giordano spinge la porta dell’Osservatorio con la spalla.
La polvere del Monte di Vetro gli è ancora addosso;
quando si toglie il mantello, una cascata di granelli bianchi si rovescia sul pavimento, crepitando sotto le sue scarpe.
Lorenzo è già lì, davanti alla grande mappa olografica sospesa a mezz’aria.
Tre punti luminosi pulsano lentamente;
attorno ad altri tre spazi vuoti, la luce disegna solo tracce accennate.
«Sei tornato,» dice, senza voltarsi.
Giordano appoggia lo zaino a terra.
Fuffi, stanco, gli scivola giù dalla spalla, si acciambella a lato del banco e chiude gli occhi come se la notte non fosse mai finita.
Sul pavimento, le impronte di Giordano, polvere del Monte, fango della Cintura Nebula.
«L’Araldo…?» chiede Lorenzo, notando la sabbia sottile rimasta sulle dita di Giordano.
Giordano si limita a sollevare la mano. I polpastrelli, graffiati, brillano di granelli dorati.
Si avvicina alla mappa senza parlare e, con l’indice, unisce i tre punti pieni.
La linea di luce scatta, segue il gesto, e quando arriva al terzo Frammento la mappa decide da sola il resto:
un esagono quasi perfetto si chiude, completando i lati fino ai punti vuoti.
Lorenzo osserva il disegno. Solo allora rompe il silenzio.
«Quindi l’Araldo ha confermato ciò che sospettavamo,» mormora.
«I tre Frammenti mancanti sono qui…»
Con un gesto delle dita ingrandisce le tre zone vuote: lembi di mappe ancora incerte, ma ora segnati da piccoli vortici di luce.
«…ai vertici che completano la figura.»
Giordano annuisce, le labbra strette.
Fuffi, ai suoi piedi, apre un occhio proprio quando il centro geometrico dell’esagono si illumina per un istante, come una pupilla che si restringe.
«E il messaggio dell’Araldo?» chiede Lorenzo.
«Quello su di te.»
Giordano non risponde subito. Fissa il punto esatto dove le sei linee convergono.
Per istinto, si porta una mano alla nuca, dove la cicatrice a melagrana pulsa appena sotto i capelli.
«Ha… mostrato il disegno,» dice infine.
«Ha parlato di figure, non di profezie. E quando ha finito di tracciare i punti, ha guardato il centro.»
Lorenzo lo osserva, in silenzio. La mappa proietta un alone di luce sul volto di Giordano, tagliandolo a metà: una parte illuminata, l’altra in ombra.
«L’Araldo è fatto di metafore e sabbia,» commenta piano.
«Non ti dirà mai “tu farai questo o quello”. Ti ricorda solo che il centro di una figura non è un luogo da trovare. È una posizione da occupare.»
Giordano stringe la mascella.
«Non ci ha detto cosa significhi essere al centro,» ribatte.
«Solo che, quando i sei Frammenti saranno nello stesso posto, qualcuno dovrà decidere cosa farne. E mi guardava come se lo sapesse già.»
Per qualche secondo, entrambi tacciono. La mappa continua a pulsare con calma indifferente.
Lorenzo rompe il filo.
«Riunire i Frammenti sarà già un’impresa,» dice.
«Ma non è lì che si giocherà la parte più difficile.»
Sposta lo sguardo dal disegno al ragazzo.
«Il vero problema non sarà completare l’Esagono, Giordano. Sarà la decisione che prenderai tu quando lo avrai davanti.»
Giordano fa un mezzo sorriso amaro.
«Bella consolazione.»
Un Obolo rotola fuori dalla tasca di Lorenzo, tintinnando sul pavimento.
La moneta si ferma proprio sul centro dell’esagono proiettato, e per un istante la luce si riflette sul metallo vivo, come se il mondo volesse sottolineare il punto.
Giordano la raccoglie con due dita.
«La Custode non rideva,» dice, guardando il cerchio di luce che gli balla sul palmo.
«Quando ha parlato dell’Incantesimo Proibito.»
«Era spaventata,» continua.
«Non del rito in sé. Di chi vuole rifarlo.»
Lorenzo inspira piano. L’aria sa di metallo e vapore.
«Vittorio,» conclude. Non è una domanda.
Giordano annuisce.
«Ha detto che un rituale così non è un filo su cui camminare,» aggiunge.
«È una lama che cade. La prima volta ha rotto l’equilibrio. Una seconda…»
Si interrompe.
Le parole gli muoiono in gola perché un’immagine gli si impone alla mente:
due orecchie dritte in mezzo alla strada di vetro, un corpo piccolo, un sorriso che non appartiene agli animali.
Per un attimo, il ricordo gli sfugge.
È come se il coniglio stesse ancora lavorando per cancellarsi.
Giordano chiude gli occhi, si obbliga a trattenere l’immagine.
Il muso che si distende troppo, il pelo che fuma ai bordi, l’ombra che cresce più del corpo.
«Sul sentiero per il Monte,» dice lentamente,
«qualcosa ci ha fermati.»
Lorenzo non lo interrompe.
Lo lascia cercare le parole da solo.
«Era un coniglio,» continua Giordano.
«Solo che… non era solo un coniglio. Per un attimo ho smesso di ricordare cosa stavo dicendo. Come se avesse tirato una coperta sulla mia testa.
Fuffi ha soffiato come se avesse davanti un mostro.»
Fuffi, come chiamato in causa, muove la coda nel sonno, un verso basso gli vibra in gola.
«Aethyr l’ha chiamata “anomalia”,» aggiunge Giordano.
«Come se fosse un errore di bozza nella realtà.»
Lorenzo inspira,
«L’Incantesimo Proibito non crea solo creature,» dice piano.
«Piega il tessuto del mondo per far loro spazio. Isa lo ha fatto per amore, e il mondo ha barcollato comunque. Se tuo padre sta cercando di rifarlo…»
Non finisce la frase.
Giordano guarda di nuovo il punto centrale della figura.
«E se quel coniglio fosse solo una prova?» chiede, questa volta senza ironia.
«Un tentativo fallito. Un primo Anti‑qualcosa che non è riuscito a nascere del tutto.»
Le dita gli si chiudono a pugno attorno all’Obolo, fin quasi a conficcarglielo nel palmo.
Lorenzo si avvicina. Per un istante, posa una mano sulla sua spalla.
«Vittorio non sa resistere ai riti che promettono controllo,» dice.
«Se sta già giocando con la formula che ha creato Fuffi, ogni piccolo errore comincerà a comparire in giro. Animali, glitch, ricordi che scappano.»
Si scambiano uno sguardo breve, carico.
«Dovremo stare attenti,» conclude Lorenzo.
«A ogni cosa che sembra fuori posto. E a quello che il mondo cerca di farci dimenticare.»
Giordano annuisce.
A terra, la linea dell’esagono passa proprio sotto le sue scarpe.
Senza accorgersene, è già in piedi sul centro.
IL MERCATO DELLE MERAVIGLIE
La Pianura Colorata è un'esplosione controllata di caos creativo.
Bancarelle di legno storto espongono cianfrusaglie dubbie e tesori autentici, tutto mischiato in un turbinio di colori impossibili.
L'aria sa di spezie bruciate, ozono e quella dolce disperazione di chi cerca qualcosa che non sa di aver perso.
Brian cammina tra le bancarelle con il liuto-corvo in spalla, l'occhio allenato a distinguere la reliquia dalla ciarpame.
Si ferma davanti a un banco che vende "Sogni in provetta", fialette di liquido opalescente che, secondo il venditore, contengono visioni oniriche del Vecchio Mondo.
Fabio narra:
Il Mercato delle Meraviglie è il posto dove vai quando ti sei stancato di essere normale e vuoi provare a farti fregare in modo interessante.
Oggi, però, un menestrello non è venuto a farsi fregare.
È venuto a cercare una flautista a qui le aveva promesso di portarle una storia.
Una melodia sottile attraversa l'aria, poche note, limpide e un po' tristi, che tagliano attraverso il chiassoso vociare del mercato.
Brian la segue come un filo d'oro in un tessuto sfilacciato.
La trova dietro una bancarella carica di oggetti assurdi: orologi che segnano il tempo di vite altrui, specchi che mostrano ciò che potresti essere stato, una gabbia di ottone che contiene, secondo il cartello, "un sogno rimandabile".
Dietro il banco, Filippo sistema una pila di mappe.
Accanto, su uno sgabello, Giusy suonava il flauto, gli occhi chiusi, completamente persa nella musica.
Il modo in cui tiene lo strumento è preciso, quasi scientifico;
il modo in cui lascia respirare le pause, invece, è pura gentilezza verso chi ascolta.
Mentre Brian si avvicina, una donna con occhi cerchiati di stanchezza si avvicina a Giusy.
«Ho sentito che hai… cose per dimenticare» sussurra.
Senza aprire gli occhi né interrompere la melodia, Giusy fa scivolare verso di lei una scatola di legno con un cenno del capo.
«Tre volte al giorno la apri» dice poi, la voce quasi coperta dalla musica.
«Non di più. Altrimenti dimenticherai anche perché volevi dimenticare.»
Non c’è giudizio nel tono, solo una calma constatazione da chi ha già visto cosa succede a chi esagera.
La donna paga con Oboli che sembrano più leggeri degli altri e se ne va stringendo la scatola al petto.
Brian aspetta che si allontani, poi:
«Se questo è il riscaldamento… ho un pubblico di bicchieri di birra che dovrei farle conoscere.»
Giusy conclude la melodia con una nota lunga che sembra sospendersi nell'aria, poi apre gli occhi.
Li ha chiari, attenti: ti misurano, ma senza aggressività.
«Il viandante con il liuto-corvo, oggi da critico musicale o ladro di melodie?»
Filippo alza lo sguardo:
«Ah, il menestrello del Nucleo. Hai sopravvissuto all'Araldo, vedo.»
Brian fa un inchino teatrale:
«Brian, menestrello, portatore sano di metafore e pessime decisioni. Di solito in quest'ordine.»
Giusy inclina appena la testa, come se stesse valutando il rapporto rischio/beneficio tra credergli e prenderlo in giro.
«Metafore e pessime decisioni… suona come metà dei clienti del mercato. Con la differenza che tu sembri consapevole.»
Più tardi, seduti dietro la bancarella su casse di legno che odorano di spezie e polvere, parlano mentre il mercato vive attorno a loro.
Brian indica una delle "cianfrusaglie" sul bancone:
«E quello?»
Giusy:
«Un riavvolgitore di verità. Giri la manovella e ti dice qualcosa che già sai, ma in modo che sembri nuovo. Lo zio lo vende come "strumento di crescita personale".»
Brian:
«Funziona?»
Giusy sorride:
«Funziona così bene che la gente paga per sentirsi dire ciò che non vuole sentire. Quindi direi di sì.»Poi aggiunge, più piano:
«Io lo uso solo quando non riesco a essere sincera da sola. Mi ricorda che la verità non ha bisogno di effetti speciali.»
Il sole inizia a calare, tingendo la Pianura Colorata di sfumature ramate.
Brian racconta, non tutto, ma abbastanza. Di Giordano, della cicatrice a melagrana, del Nucleo e del Velo, della Custode e di Fuffi.
Giusy non lo interrompe quasi mai.
Fa domande mirate, brevi:
«Perché proprio lui?»,
«Chi decide cosa è giusto?»,
«La Custode vende davvero solo lealtà o anche paure?»
Sono domande che mostrano più logica che curiosità morbosa.
Quando lui finisce, lei resta un attimo in silenzio, il flauto appoggiato sulle ginocchia, le dita che sfiorano i fori come se stesse facendo i conti.
«Sai cosa mi piace del modo in cui ne parli? Non stai cercando di convincermi che il Nucleo siano i buoni. Stai solo cercando di non lasciare Giordano da solo.»
Brian:
«Perché è questo il punto. Non si tratta di salvare il mondo. Si tratta di non abbandonare le persone mentre il mondo cerca di salvarsi da solo.
A volte, l'atto più rivoluzionario è semplicemente restare.»
Giusy abbassa lo sguardo un secondo, un mezzo sorriso le sfiora le labbra.
«Restare è più difficile che partire. Partire ha sempre una scusa pronta. Restare ti costringe a fare i conti con chi sei.»
Cala un silenzio carico, rotto solo dai richiami degli ultimi mercanti.
Brian, con un filo di nervosismo che nemmeno lui sapeva di avere:
«Se un giorno ti stanchi di vendere meraviglie… al Centro le Maschere c'è sempre una sedia libera. E un palco che aspetta un flauto. C'è anche una birra che sa di piede, ma quella possiamo saltarla.»
Per un attimo, Giusy lo guarda come se stesse valutando una carta in più in un gioco che non conosce ancora del tutto.
Poi annuisce, lentamente.
«È una bella proposta,»
dice, con una dolcezza disarmante.
«Ma io e lo zio viaggiamo spesso. E qualcuno deve assicurarsi che non venda se stesso per sbaglio insieme alle mappe.»
Fa una piccola risata, poi aggiunge, più seria:
«Non posso dirti sì. Non ancora. Ho una responsabilità qui.
E non prendo alla leggera l’idea di mettere il piede in mezzo tra Nucleo, Velo e tutto il resto.»
Brian:
«Capisco. Non è un invito con scadenza. È più… un promemoria. Sapere che c’è un posto dove puoi venire se un giorno ne avrai voglia.»
Giusy annuisce di nuovo.
«Allora facciamo così: tu tieni il posto, io tengo lo zio in vita e la bancarella in piedi. Se un giorno i due compiti diventano compatibili… forse mi vedrai arrivare con questo flauto sotto braccio.»
Poi lo punta con uno sguardo che è dolce ma lucidissimo:
«Ma sappi che se mi unissi al vostro gruppo non verrei per “salvare il mondo”.
Verrei per evitare che qualcuno lo distrugga senza accorgersene. È diverso.»
Brian:
«Direi che è esattamente il tipo di persona di cui abbiamo bisogno.»
Giusy sorride, e per la prima volta quell'espressione raggiunge gli occhi, illuminandoli di una luce calda.
«Forse un giorno. Ma sappi che suono solo per chi sa ascoltare, non solo sentire.»
Brian:
«Allora siamo in due.»
Quando Brian si allontana tra le bancarelle che iniziano a chiudere, Giusy riprende il flauto.
Suona una melodia nuova, che non ha mai suonato prima, qualcosa tra una promessa e una domanda, con dentro una nota razionale che tiene a bada il resto.
Filippo la guarda, un sopracciglio alzato.
«Menestrelli, eh?»
Giusy, senza smettere di suonare:
«È bravo ad ascoltare. È raro.»
Filippo:
«Tutti i problemi iniziano così, sai. Con qualcuno che sa ascoltare.»
Lei sorride contro l’imboccatura del flauto, ma il pensiero che non dice è semplice: magari, per una volta, potrebbero iniziare anche le soluzioni.
LA TORRE NERA
Il laboratorio di Vittorio è immerso in una luce azzurrina che non scalda.
Le pareti sono tappezzate di appunti, schemi, formule;
tra un diagramma e l’altro, la stessa melagrana spezzata compare come un ritornello ostinato.
Sul tavolo, il grimorio di Isa è aperto sull’Incantesimo Proibito.
Gli angoli delle pagine sono consumati, come se qualcun altro, o lo stesso Vittorio, avesse esitato lì per anni.
Disegni di conigli sono sparsi ovunque.Alcuni innocenti, con orecchie morbide e occhi tondi, appena abbozzati a matita.Altri mostruosi, con pupille vuote, bocche piene di denti appuntiti e corpi attraversati da linee di circuito, come se la carne non fosse mai bastata.
Vittorio guarda le sue mani: le piega, le apre, le avvicina alla luce azzurra.
Sono mani che hanno tenuto in braccio suo figlio e hanno spinto via il mondo intero nello stesso gesto.
«Hai creato un faro, Isa,» mormora, la voce bassa che si perde tra ampolle e metallo.
«Ma i fari servono a chi è già al sicuro. Io sono ancora in mezzo alla tempesta.»
Prende terra della Cintura Nebula da una bacinella:
è fango grigio-verde che odora di pioggia vecchia e promesse non mantenute.
La versa nel calderone di bronzo, dove sfrigola come se ricordasse il primo rituale.
Poi spezza circuiti delle Rovine degli Illuminati, schegge di schede madri, fili sottili, piccoli chip che ancora lampeggiano, e li lascia cadere nel fango ribollente.
«Se non posso avere il tuo faro…» continua, senza alzare lo sguardo,
«mi costruirò un’àncora.»
L’azzurro dei Frammenti nella stanza accanto filtra dalla porta socchiusa e va a posarsi sulla superficie del calderone.
Vittorio immerge un dito nel fango tiepido, tracciando un glifo con la sicurezza di chi ha ripassato quel gesto mille volte nella mente.
Il simbolo del gatto quello che Isa aveva disegnato anni prima, appare per un attimo, poi si contorce, si deforma, le linee si allungano in orecchie di coniglio, il corpo si restringe, il centro si stringe in un nucleo scuro.
«Un Anti‑Fuffi,» sussurra.
«Non per distruggere… per tenere insieme ciò che altrimenti volerebbe via.» Lo dice come un uomo che sta implorando, più che lanciare un incantesimo.
Il calderone vibra, emettendo un suono basso che fa tremare i denti.
Gli strumenti appesi alle pareti tintinnano appena, come spettri metallici.
Per un istante, l’ombra di un piccolo animale, orecchie lunghe, schiena arcuata, sembra proiettarsi sulla parete, ma scompare prima che l’occhio possa metterla a fuoco.
Da qualche parte, molto lontano, il coniglio anomalo sul sentiero del Monte di Vetro si immobilizza, come se avesse sentito chiamare il proprio nome.
Sulla pagina del grimorio, accanto al diagramma del rituale, una parola scritta dall’inchiostro di Isa brilla:
«Non farlo.»
Per un secondo, la luce azzurra e quella dell’inchiostro si sovrappongono sulla faccia di Vittorio.
Lui vede l’avvertimento, lo segue con lo sguardo, poi chiude la mano a pugno sul bordo del tavolo.
Poi buio.
CHIUSURA
Miei spettatori di catastrofi in slow‑motion, riepilogo veloce prima che la realtà si stanchi di noi.
Un ragazzo capisce che il vero centro non è l'Esagono, ma il proprio cuore che batte troppo forte ogni volta che qualcuno gli dice “scegli”.
Un uomo, nella sua solitudine spezzata, pensa di poter usare la magia che gli ha portato via l'amore per fermare il dolore, non rendendosi conto che sta per diventare il dolore stesso.
E un menestrello invita una flautista a suonare in un bar che puzza di birra e destino, perché a volte l'atto più rivoluzionario è semplicemente creare bellezza dove non ce n'è.
In un mondo resettato, l’amore non è un rifugio.
È una scelta apocalittica, perché cambia tutto.
Isa ha amato creando protezione.
Vittorio ama (ancora, a modo suo) cercando controllo.
Brian ama restando accanto.
E Giordano capirà che la vera domanda non è:
«Chi possiede il Codice?» ma:
«Che tipo di amore governerà il nuovo mondo?»
La prossima volta parleremo di cosa succede quando l'Anti‑Fuffi apre gli occhi…e scopre che il mondo è già abbastanza rotto senza di lui.
Portate caffè.E magari un flauto.
Perché finché qualcuno suona, anche dopo il Reset, c'è ancora speranza.



Commenti