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NONA PUNTATA

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 12 min

PUNTATA SPECIALE


L’ECLISSI DI SARA


Introduzione:


«Miei cari viandanti dalle orecchie pulite e dai cuori pronti a incrinarsi, stasera spegniamo i riflettori sui Frammenti e sui Codici.

Spegniamo anche le luci dell’ufficio.

Stasera scendiamo in un posto dove nessuno va volentieri: il passato.

Non quello dei libri di storia, ma quello che ti si incolla addosso come un mantello che non vuoi indossare.

Parleremo di due sorelle, di un patto che non hanno scelto, e di un silenzio durato anni.

Se pensate che il Velo sia nato da un’idea politica, stasera scoprirete che è nato da una bambina che ha toccato ciò che non doveva toccare.

Sedetevi.

La zuppa è fredda, la memoria è calda, e da qualche parte, nel buio, un mantello di contratti sta ancora aspettando la firma che nessuno ha mai voluto dare.»


PRIMA PARTE – Il risveglio e il patto


Giorno 1 nella Cintura Nebula – il risveglio dopo il Reset


La Nebbia era lattiginosa e densa, la terra molle di un grigio violaceo.

Il silenzio dopo il Reset era così spesso che sembrava solido.

Antonio si rialzò per primo.

Poi aiutò Anna.

Poco più in là, le bambine.

Isa aprì gli occhi spalancati, il terrore ancora negli occhi.

«Mamma?» chiamò con un filo di voce.

Anna le prese il viso tra le mani.

«Ci sono. Respira. Non sei sola.»

Sara, accanto, era raggomitolata e singhiozzava senza lacrime.

Antonio la sollevò, stringendola a sé.

Poi arrivò una voce dentro tutti – non parole, ma concetti: 

Vecchio Mondo, Reset, Stella del Mattino, Risvegliati.

Antonio guardò il vuoto e disse, con una certezza che non sapeva spiegare: «Dobbiamo muoverci. Il Sud… sentite?»

Tutti annuirono.

Non sapevano il perché, ma sapevano.

Camminarono nella Nebbia.

Strane piante carnose, tronchi contorti, ombre che si muovevano al limite del campo visivo.

A un certo punto la nebbia si aprì.

Sara si fermò.

«Guardate» sussurrò.

Appeso a un ramo nero, c’era il mantello.

Non era stoffa: era un mosaico di pagine, frammenti di carta, iscrizioni in lingue sconosciute, cuciti su un retro bordeaux che pulsava.

Fili di rame e vecchi circuiti lo adornavano.

L’aria vibrava di un ronzio basso, quasi una nota tenuta, che entrava nelle ossa.

Isa fu presa da un terrore improvviso.

«Non mi piace. Sara, fermati.»

Ma Sara fece un passo.

Poi un altro.

Gli occhi fissi sul mantello.

Antonio alzò la voce.

«Sara! Non toccarlo! Non sappiamo cos’è!»

Sara non rispose.

Alzò la mano.

Le dita sfiorarono il tessuto irregolare.

Silenzio.

Poi un lampo bianco, senza suono.

Sara cadde a terra come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.

Il mantello sparì.

Nessun rumore, nessuna scia.

Solo spazio vuoto.

Anna urlò il nome di Sara e le fu addosso.

Antonio la raggiunse, la prese per le spalle, la scosse con delicatezza. «Piccola, guardami. Mi senti?»

Sara aprì gli occhi.

Il respiro era affannoso, confuso.

Guardò il padre e chiese:

«Papà?… Che è successo? Perché sono per terra?»

Antonio cercò di mantenere la calma.

«Quel mantello… ti ci sei avvicinata. Sei svenuta.»

Sara lo guardò come se avesse parlato in una lingua aliena.

«Quale mantello?»

Gli adulti si scambiarono uno sguardo che pesava più della Nebbia. I

sa rimase a fissare il ramo vuoto, il punto dove qualcosa c’era.

Intorno a loro, la Nebbia sembrò stringersi un po’ di più.


Il sogno che sigilla il patto


Il giorno successivo, la famiglia Albesi incontrò altri Risvegliati

– quelli che avevano sentito lo stesso istinto di dirigersi verso sud.

Con il loro aiuto, Antonio costruì capanne provvisorie con i resti trovati nelle zone circostanti. 

La notte Sara dormiva nel letto di terra pressata.

Isa le voltava le spalle, già nel sonno.

La luna mandava un chiarore pallido dalla piccola finestra improvvisata.

Il sogno prese Sara senza gentilezza.

Era di nuovo nella Nebbia, ma stavolta era calda e vischiosa, sapeva di metallo e sangue.

Mormorò «mamma» e «papà», ma non ottenne risposta.

Solo il ronzio, più forte, più vicino.

Davanti a lei, il mantello.

Non più appeso a un ramo, ma sospeso nel vuoto.

Era cresciuto. Il rosso bordeaux era diventato rosso sangue vivo.

Le pagine si erano fatte pergamene strappate, microchip bruciati, fili elettrici vivi che serpeggiavano.

Il mantello respirava.

Ogni respiro era un’onda di voci spezzate.

Un lembo si sollevò.

Poi un altro.

Stava venendo verso di lei.

Sara provò a correre, ma le gambe affondavano in un terreno che somigliava troppo al sangue coagulato.

Il mantello la avvolse.

Non c’era peso, ma un’invasione: carta che graffiava la pelle, microchip freddi che si imprimevano, fili che stringevano.

Una non‑voce le esplose in testa, un concetto più che un suono: 

Ti ho scelto.

Sei mia.

Il patto è sigillato.

Sara urlò, ma il mantello inghiottì il suono.

Si svegliò seduta, senza fiato, sudata, il cuore che martellava.

La cameretta era al suo posto.

Isa dormiva.

La luna filtrava dalla finestra.

Si abbracciò da sola, tremando.

Il ronzio non era del tutto sparito.

Pensò, con una lucidità gelida: 

Nessuno lo sa. Nessuno deve saperlo.

Chiuse gli occhi.

Non per dormire.

Per nascondersi.


Masseria Albesi, Anno 2, Mese 13 – la crepa nel silenzio


Il tempo passò.

Le stagioni si accumularono come foglie secche.

Ma Isa non dimenticò mai quella notte.

E nessuno in famiglia parlò mai più del mantello.

La zuppa era finita.

Le braci si afflosciavano nel focolare con un crepitio stanco, e la Masseria degli Albesi odorava di terra bagnata e fatica onesta.

Antonio riponeva gli attrezzi, Anna asciugava le ciotole.

Isa e Sara erano nella loro cameretta, separate dal resto della casa da un tramezzo di tela cerata.

Su un piccolo tavolino avevano disposto alcuni Frammenti, come un altare improvvisato.

Isa parlò sottovoce, senza guardare la sorella.

«Ti ricordi il primo giorno nella Nebbia?»

Sara irrigidì le spalle.

Stava tracciando simboli su una tavoletta d’argilla con un bastoncino appuntito, e continuò a farlo mentre rispondeva con voce secca.

«Sì. Faceva freddo. Fine della storia.»

Isa non si arrese.

«No. C’era anche… quella cosa.»

La parola non uscì.

Isa la sostituì con un gesto vago, come se disegnasse un’ombra nell’aria.

«Il mantello. Quello appeso all’albero. Tu che ci vai dritta, come se ti chiamasse… e poi svieni.»

Il bastoncino che Sara stringeva si spezzò a metà con un crack secco.

L’aria parve gelarsi.

«Ti ho detto di smetterla, Isa» rispose, la voce al limite.

«Non esiste. Non è mai esistito.»

Si alzò di scatto, lasciando cadere la tavoletta a terra, il disegno appena abbozzato che si spezzava in due.

Si voltò verso il giaciglio e iniziò a sistemare le coperte con mani che tremavano.

Isa la guardò, ferita e confusa.

Poi, lentamente, prese uno dei Frammenti e lo usò come fosse uno specchio, cercando di leggere qualcosa nell’aria.

Pensò, quasi annotando per sé: 

Quando qualcuno nega qualcosa che tutti ricordano… o sta mentendo.

O qualcosa sta mentendo dentro di lui.

Il silenzio divenne pesante.

Nessuna delle due aggiunse altro.

La candela si consumò lenta, e la notte arrivò.


SECONDA PARTE– La scomparsa e la ricerca

Masseria Albesi, Anno 10, Mese 8 – la sedia vuota


Otto anni dopo.

La zuppa di radici era fredda.

Il fumo delle braci saliva lento dal focolare, disegnando spire nell’aria. Antonio aveva ancora il cucchiaio in mano, ma non lo portava alla bocca.

Anna fissava un punto vuoto sulla tavola.

Isa guardava la porta socchiusa della cameretta.

Troppo silenzio.

Anna cercò di essere pratica, ma la voce le uscì incerta.

«Sara? La cena è pronta da un pezzo.»

Nessuna risposta.

Solo il crepitio del fuoco.

Isa si alzò, spostò la tela che divideva la zona notte.

Il letto di Sara era in ordine: la coperta piegata, la candela spenta.

Nessun indizio di fretta, nessun oggetto spostato.

Una normalità che faceva più paura del disordine.

«Non c’è» disse Isa con voce piatta.

Antonio la raggiunse in due passi, controllò la cassa dove Sara teneva le sue poche cose.

Tutto era al suo posto.

Costringendosi a restare calmo, disse:

«Magari è uscita a vedere la luna. O a cercare un Frammento vicino ai campi.»

Anna li raggiunse, stringendo lo stipite con una forza che tradiva la sua voce. «Sara non esce senza dirlo. Mai.»

L’aria nella Masseria cambiò consistenza.

Era come se la casa stessa avesse smesso di respirare.


Tre mesi di inverno – Antonio sulle montagne


Antonio camminava dove pochi osavano arrivare.

Le Montagne dei Sussurri si alzavano a nord come denti contro il cielo artificiale.

Si fermò sull’orlo di un crepaccio.

L’eco aveva una cattiva reputazione: qualcuno diceva di sentirci le voci dei dispersi.

Urlò il nome di Sara, e la parola precipitò nel buio, rimbalzando in forme distorte: «…ra… ara… a…» Non una risposta.

Solo il suo stesso dolore che tornava su, travestito da voce estranea.

Raccolse un pugno di terra strana, mescolata a cristalli opachi.

Non sapeva perché lo faceva.

Forse voleva solo tornare con qualcosa in mano.

Quando rientrò alla Masseria, aveva le mani lacerate.

Anna lo guardava dalla soglia.

Lui scosse la testa.

Nessuno dei due chiese nulla.

Nessuno dei due disse “forse domani”.


Il Mercato delle Meraviglie – Anna e la candela


La piazza del Mercato delle Meraviglie brulicava di voci, odori, colori improvvisati.

Anna avanzava con un foglio di corteccia pressata tra le dita: sopra, il disegno di Sara, tratteggiato da Isa.

Si fermava a ogni banco.

«L’avete vista? Capelli così, occhi chiari… Si chiama Sara.»

Un mercante di semi scosse la testa, già altrove.

Una viaggiatrice la guardò con un velo di pietà.

«Ne spariscono in tanti, da quando è cambiato il clima.

Crepacci, animali della Nebbia, fame. Mi spiace.»

Dietro di lei, mormorii.

Non pensavano che Anna sentisse, ma le parole si infilavano comunque: «Dicono sia caduta in una fenditura oltre le Masserie…»

«O rapita da gente che vive troppo vicino alla Nebbia…»

«Io ho sentito di un rituale… i Frammenti sussurrano cose oscure…»

Anna strinse il disegno fin quasi a strapparlo.

Più tardi comprò una candela di sego e menta.

Quella sera la accese davanti a un piccolo spazio nel muro, dove aveva inciso una Stella del Mattino grossolana.

La fiamma tremava; a volte sembrava volersi spegnere senza motivo.

Anna sussurrò una preghiera che non era più abituata a fare:

«Se è viva, falla tornare. Se è morta… fammelo sapere. Non lasciarmi qui, in mezzo.»


I margini del mondo – Isa e i nomadi della Nebbia


Isa non si fermava dove si fermavano gli altri.

Ogni giorno andava un po’ più oltre i sentieri segnati, verso zone dove la Nebbia cominciava a farsi più spessa, strisciando tra le rocce e i cespugli.

Incontrò piccoli gruppi di Risvegliati che non avevano mai voluto stabilirsi nelle Masserie: nomadi che seguivano la Nebbia, superstiziosi, diffidenti.

Una sera si sedette davanti a un fuoco con tre di loro.

Avevano il viso segnato e gli occhi che guardavano troppo lontano.

Isa mostrò il disegno di Sara.

«L’avete vista? O avete sentito parlare di qualcuno… portato via da qui?»

Un uomo, Ruel, la fissò a lungo, poi guardò la Nebbia in lontananza.

«La Nebbia prende ciò che vuole. A volte ridà indietro i corpi. Mai i nomi.»

Una donna anziana, Mai, scuoteva un sacchetto di ossicini come se ci fosse una risposta nascosta.

«Ci sono cose che non cadono nei crepacci. Vengono chiamate. Se la tua Sara è stata chiamata… non la troverai fuori. La troverai dentro.»

Isa si irrigidì.

«Dentro cosa?»

Mai indicò la Nebbia.

«Dentro di lei. Dentro di te. Dipende da chi ha più paura.»

Isa si alzò di scatto.

«Non mi servono metafore. Mi serve mia sorella.»

Ruel le porse un piccolo Frammento di pietra con un simbolo che sembrava un occhio chiuso.

«Allora continua a cercare. Ma ricorda: la Nebbia ascolta tutto. Le bugie. E le promesse.»

Isa infilò il Frammento nella cintura.

Non sapeva ancora che nome dare a quella gente, ma portò con sé le loro parole come schegge.

Per ora, erano solo “quelli che vivono troppo vicino alla Nebbia”.


La Torre e la Custode – Sara che non è più Sara


Oltre l’ultimo limite che gli altri chiamavano “troppo”, la Nebbia cambiava. Non era più vapore leggero: era spessa, pesante, quasi solida.

E in mezzo, si alzava una Torre di roccia, cristalli neri e rottami.

Il cristallo non rifletteva.

Beveva la poca luce.

Sembrava un dente conficcato nel mondo.

Dentro, nella camera più alta, stava la Custode della Nebbia.

Il mantello era diventato corpo: strati di contratti strappati, pergamene antiche, fogli del Vecchio Mondo con timbri e firme, cuciti con fili d’acciaio che entravano e uscivano come radici.

All’interno, una rete di microchip pulsanti emetteva una luce pallida, verde malata, rossa viva.

Ogni impulso era un pensiero tagliato, una memoria riformattata.

Il volto era avvolto da un velo di vapori viola.

Le mani erano artigli d’ombra da cui colava Nebbia.

La sua voce “esterna” era un eco metallico, vuota. Diceva: 

«Sara non esiste più. Sara è caduta nel grande silenzio. Io sono la Nebbia. Io sono la Custode.»

Ma sotto, dove il mantello non arrivava del tutto, qualcosa continuava a parlare con voce umana.

Un pensiero che si incrinava: 

Papà… se sapessi dove sono, verresti fin qui a spaccare la torre a mani nude. Mamma accenderebbe mille candele.

Isa… Isa verrebbe con una domanda che brucia più della Nebbia.

Ogni microchip sul mantello pulsava più forte, e immagini veloci scorrevano: Antonio sulle montagne, Anna al mercato, Isa che avanzava tra i vapori.

Ho provato a toglierlo continuava il pensiero. 

All’inizio.

Quando il rosso era ancora solo colore, non sangue.

Il mantello ha stretto.

Un filo d’acciaio affonda un po’ di più nel buio del petto.

Non è un vestito.

È un contratto.

Un patto senza clausole chiare.

“Sarai il filtro. Terrai fuori ciò che vuole entrare. Terrai dentro ciò che vuole uscire.”

Ho detto sì senza sapere.

Ho toccato. Basta quello.

La voce esterna tornava, automatica, come un sistema di sicurezza: 

«Resta fuori, mondo fragile. Resta fuori, città che non sa cosa le costa restare intera.»

La Nebbia fuori dalla torre si muoveva al ritmo di quella voce, come se ascoltasse.


Il perché del suo silenzio


La Custode si affacciò su un balconcino di cristallo nero che dava su un mare di Nebbia.

Da quel punto, in lontananza, si intravedevano piccole luci calde: insediamenti, fuochi delle Masserie, segnali di una civiltà che provava ancora a credere di essere al sicuro.

Il pensiero interiore riprese, più faticoso: 

Potrei urlare.

Potrei gridare il mio nome.

Potrei dire:

“Sono qui. Sono viva. Portatemi via.”

Ma ogni volta che il pensiero si forma, il mantello stringe.

I fili d’acciaio vibrano, i microchip cambiano ritmo.

Una visione mi esplode in testa:

la Nebbia che avanza, le luci delle Masserie che si spengono una a una, gente che tossisce vapore e svanisce.

Il mantello mi mostra sempre la stessa cosa: se rompo il patto, il mondo paga al posto mio.

Non so se è vero.

Ma ormai non ho più forza per rischiare che lo sia.

I suoi artigli d’ombra si chiusero sul parapetto.

Il cristallo nero non si graffiò.

E se anche arrivassi da loro… così come sono… Immagina:

Antonio che vede la creatura, non la figlia.

Anna che si fa il segno della Stella.

Isa che alza la mano, non per abbracciare, ma per difendersi.

Preferisco che piangano una morta che avere nei loro occhi la paura per un mostro.

La voce esterna riprese, recitando una litania che era insieme protezione e auto-ipnosi: 

«Sara è un nome dimenticato. Solo la Nebbia resta. Solo il confine deve restare.»


Il dono sul bordo – Isa e la mano d’ombra


Isa era in ginocchio su una roccia umida.

Dietro di lei, le prime luci delle Masserie.

Davanti, un mare di Nebbia grigia che pareva respirare.

Nelle mani teneva un piccolo Fiore di Cristallo, che aveva creato grazie ai Frammenti: trasparente, rigido, capace di catturare la luce e spezzarla in riflessi minuti.

Lo posò lentamente oltre la linea dove la Nebbia cominciava a farsi più densa.

«Non so chi sei» disse verso il vuoto.

«Dicono “Custode”, “strega”, “ombra”. Io so solo che da quando Sara è sparita… qui sento qualcosa che non so nominare.»

Inspirò, e la voce le tremò, ma andò avanti.

«Se hai a che fare con lei… se hai visto i suoi passi… se hai preso qualcosa che era nostro… ti lascio questo.

È ridicolo. È solo un pezzo di cristallo che finge di essere vivo.

Come noi che fingiamo di essere forti.»

La Nebbia davanti a lei vibrò.

Non si aprì, ma cambiò densità, come se qualcosa si stesse avvicinando appena sotto la superficie.

Una mano d’ombra emerse.

Non una figura intera, solo una mano:

dita lunghe, fatte di fumo scuro addensato.

Si allungò verso il fiore.

Lo toccò.

Il cristallo suonò come vetro sfiorato.

Isa trattenne il respiro.

Non arretrò.

La mano sollevò il fiore, tenendolo con una delicatezza incongruente con la sua apparenza.

Per un istante, il mantello oltre la Nebbia sembrò tirarsi indietro, come se qualcosa al suo interno si fosse spaventato della propria emozione.

Il velo viola si assottigliò.

Tra le spirali apparvero due occhi.

Non li videro i personaggi, ma il lettore sì:

occhi umani, grandi, chiari, pieni di uno strazio che non era di un’entità astratta, ma di una persona.

Labbra invisibili si mossero.

Un suono oltrepassò la Nebbia.

Non era metallico.

Era umano.

La voce di Sara, sommersa, disse:

«…so…» Si spezzò, riprovò:

«…sorella…?»

Le luci nella Nebbia impazzirono, come insetti spaventati.

La densità aumentò.

La mano sparì, trascinando con sé il fiore.

Una corrente fredda investì Isa.

Le gambe le cedettero; rimase a terra, le mani appoggiate sulla roccia.

Per un lungo istante, non successe nulla.

Solo il respiro affannato di Isa e il fruscio della Nebbia che si richiudeva.

Si asciugò il viso con rabbia.

«Ma smettere di cercarti… quello non posso farlo.»

Si rialzò, traballante.

Tornò verso le luci lontane delle Masserie.

Dietro di lei, nella Nebbia, la Torre restava immobile.

Dentro, la Custode stringeva il fiore di cristallo.

Un microchip sul suo mantello si incrinò con un suono secco, quasi impercettibile, e una sottile linea di crepa cominciò a propagarsi

– lentissima, come una promessa che non aveva ancora deciso se mantenere.

Il pensiero interiore di Sara fu l’ultima eco: 

Se ti dicessi chi sono… ti farei a pezzi il mondo. Se resto in silenzio… lo faccio a pezzi da sola.


Chiusura


«E così, viandanti, il cerchio si chiude.

Una bambina tocca un mantello che non dovrebbe toccare, e quel gesto la trasforma in un mostro.

Una sorella non smette di cercare, e quel coraggio fa incrinare il vetro.

Sara non è più Sara.

È la Custode, la creatura, il nome che si sussurra.

Isa ha sentito la sua voce, ha visto la sua mano, ha posato un fiore di cristallo sul confine.

Ma non basta.

Perché il vero confine non è la Nebbia.

È il silenzio.

Quello che Sara si impone per proteggere chi ama.

Quello che Isa subisce perché sua sorella ha paura di farsi vedere.

La prossima volta che incontrerete la Custode, ricordatevi che sotto il mantello di contratti c’è una donna che ha scelto di essere dimenticata piuttosto che farsi riconoscere come mostro.

E chiedetevi: quante verità taciute servono per trasformare una bambina in un mostro? E quante, invece, per farla tornare indietro?»

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