NONA PUNTATA - speciale
- 20 mag
- Tempo di lettura: 12 min
Aggiornamento: 9 lug
PUNTATA 9 – S1 -- SPECIALE
L’ECLISSI DI SARA
FABIO APRE
Miei cari viandanti dalle orecchie pulite e dai cuori pronti a incrinarsi, stasera spegniamo i riflettori sui Frammenti e sui Codici.
Spegniamo anche le luci dell'ufficio.
Stasera scendiamo in un posto dove nessuno va volentieri:
il passato.
Parleremo di due sorelle, di un patto che non hanno scelto, e di un silenzio durato anni.
Se pensate che il Velo sia nato da un'idea politica, stasera scoprirete che l'origine di tutto nasce da una bambina che ha toccato ciò che non doveva toccare.
Sedetevi.
La zuppa è fredda, la memoria è calda, e da qualche parte nel buio un mantello di contratti sta ancora aspettando la firma che nessuno ha mai voluto fare.
PRIMA PARTE — IL RISVEGLIO E IL PATTO
Giorno 01 DR nella Cintura Nebula
La Nebbia era lattiginosa e densa, la terra molle di un grigio violaceo, il freddo e l'umido si facevano sentire.
Il silenzio dopo il Reset era così spesso che sembrava solido.
Del tipo che non è assenza di rumore ma presenza di qualcosa nuovo.
Antonio si rialzò per primo. Poi aiutò Anna. Poco più in là, le bambine.
Isa aprì gli occhi spalancati, il terrore ancora in faccia.
«Mamma?» chiamò con un filo di voce.
Anna le prese il viso tra le mani.
«Ci sono. Respira. Non sei sola.»
Sara, accanto, era raggomitolata e singhiozzava senza lacrime. Quella roba lì, peggio del pianto: il corpo che vuole piangere e non ci riesce.
Antonio la sollevò, la strinse a sé senza dire niente.
Poi arrivò una voce dentro tutti.
Dei concetti più che voci: Vecchio Mondo, Reset, Stella del Mattino, Risvegliati.
Come sapere una cosa senza ricordare di averla imparata.
Antonio guardò il vuoto e disse, con una certezza che non sapeva spiegare:
«Dobbiamo muoverci. Il Sud. Sentite?»
Tutti annuirono. Non sapevano il perché. Sapevano.
Camminarono nella Nebbia. Piante strane, tronchi contorti. A un certo punto la Nebbia si aprì.
Sara si fermò.
«Guardate» sussurrò.
Appeso a un ramo nero, c'era il mantello.
Non era solamente stoffa. Era un mosaico di pagine, frammenti di carta, iscrizioni in lingue sconosciute, cuciti su un retro di velluto bordeaux che pulsava. Fili di rame e vecchi circuiti lo adornavano.
L'aria vibrava di un ronzio basso, quasi una nota tenuta, che entrava nelle ossa prima ancora che le orecchie la registrassero.
Isa fu presa da un terrore improvviso, quel tipo che non si spiega e non ha bisogno di essere spiegato.
«Non mi piace. Sara, fermati.»
Sara fece un passo. Poi un altro. Gli occhi fissi sul mantello come se stesse seguendo qualcosa che lei sola sentiva.
«Sara!» Antonio alzò la voce.
«Non toccarlo! Non sappiamo cos'è!»
Sara non rispose. Alzò la mano. Le dita sfiorarono il tessuto irregolare.
Silenzio.
Poi un lampo bianco, senza suono.
Sara cadde a terra come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.
Il mantello sparì.
Nessun rumore, nessuna scia.
Anna urlò il nome di Sara e le fu addosso. Antonio la raggiunse, la prese per le spalle, la scosse con delicatezza.
«Piccola, guardami. Mi senti?»
Sara aprì gli occhi. Il respiro affannoso, confuso. Guardò il padre.
«Papà? Che è successo?»
Antonio cercò di mantenere la calma.
«Quel mantello. Ti ci sei avvicinata. Sei svenuta.»
Sara lo guardò come se avesse parlato in una lingua aliena.
«Quale mantello?»
Gli adulti si scambiarono uno sguardo.
Isa rimase a fissare il ramo vuoto. Il punto dove qualcosa c'era stato.
Intorno a loro, la Nebbia sembrò stringersi un po' di più, come fa chi ascolta senza volersi far vedere.
Ripresero a camminare verso sud.
Il sogno che sigilla il patto
La notte dopo la famiglia Albesi incontrò altri viandanti risvegliati.
Insieme costruirono delle capanne provvisorie.
Sara dormiva nel letto di terra pressata. Isa le voltava le spalle nel sonno.
La luna artificiale mandava un chiarore pallido dalla piccola finestra improvvisata.
Il sogno prese Sara senza gentilezza.
Era di nuovo nella Nebbia, ma stavolta era calda e vischiosa, sapeva di muschio umido.
Mormorò mamma e papà ma non ottenne risposta. Solo il ronzio, più forte, più vicino.
Davanti a lei, il mantello. Non più appeso a un ramo.
Sospeso nel vuoto, e cresciuto.
Il bordeaux era diventato rosso sangue vivo.
Le pagine si erano fatte pergamene strappate, microchip bruciati, fili elettrici vivi che serpeggiavano animate.
Il mantello respirava. Ogni respiro era un'onda di voci spezzate.
Un lembo si sollevò. Poi un altro. Stava venendo verso di lei.
Sara provò a correre, ma le gambe affondavano in un terreno che somigliava troppo al sangue coagulato.
Il mantello la avvolse.
Non c'era peso, ma invasione: carta che graffiava, microchip freddi che si imprimevano, fili che stringevano senza lasciare segni.
Una non-voce le esplose in testa, un concetto più che un suono:
Ti ho scelto. Sei mia. Il patto è sigillato.
Sara urlò, ma il mantello inghiottì il suono come fa l'acqua.
Si svegliò seduta, senza fiato, sudata.
Il cuore che martellava.
La cameretta era al suo posto. Isa dormiva. La luna filtrava dalla finestra.
Si abbracciò da sola, tremando.
Il ronzio non era del tutto sparito.
Pensò, con una lucidità gelida che non appartiene a bambina ma di otto anni:
Nessuno lo sa. Nessuno deve saperlo.
Chiuse gli occhi. Non per dormire. Per nascondersi.
Masseria Albesi, Anno 02 DR — la crepa nel silenzio
Il tempo passò.
Agridonia era all'inizio della sua costruzione.
Nessuno in famiglia parlò mai più del mantello.
Ma non Isa.
Lei non aveva dimenticato niente.
Lo teneva dentro con i genitori, ma a volte lo faceva uscire con Sara.
La cena era finita. Le braci si afflosciavano nel focolare con un crepitio stanco.
La Masseria odorava ancora di zuppa di radici.
Le due sorelle erano nella cameretta, separate dal resto della casa da un tramezzo di tela cerata.
Su un piccolo tavolino, alcuni Frammenti minori disposti come un altare improvvisato.
Isa parlò sottovoce, senza guardare la sorella.
«Ti ricordi il primo giorno nella Nebbia?»
Sara irrigidì le spalle. Stava tracciando simboli su una tavoletta d'argilla e continuò a farlo mentre rispondeva.
«Sì. Faceva freddo e umido.»
«No.» Isa non si arrese.
«C'era anche quella cosa.» La parola non uscì subito.
La sostituì con un gesto vago nell'aria, come a disegnare un'ombra.
«Il mantello. Quello appeso all'albero. Tu che ci vai dritta e poi svieni.»
Il bastoncino che Sara stringeva si spezzò a metà con un crack secco. L'aria parve gelarsi.
«Te l'ho già detto, Isa» rispose, la voce al limite.
«Non esiste. Non è mai esistito.»
Si alzò di scatto, lasciò cadere la tavoletta sul pavimento. Il disegno appena abbozzato spezzato in due. Si voltò verso il giaciglio e iniziò a sistemare le coperte con mani che tremavano.
Isa la guardò, ferita e confusa.
Poi, lentamente, prese un Frammento e lo usò come fosse uno specchio, cercando di leggere qualcosa nell'aria.
Il silenzio divenne pesante. La candela si consumò lenta.
La notte arrivò senza che nessuna delle due aggiungesse altro.
SECONDA PARTE — LA SCOMPARSA E LA RICERCA
Masseria Albesi, Anno 10 DR — la sedia vuota
Otto anni dopo.
La zuppa di radici era fredda. Il fumo delle braci saliva lento dal focolare.
Antonio aveva ancora il cucchiaio in mano, ma non lo portava alla bocca.
Anna fissava un punto vuoto sulla tavola.
Isa guardava la porta socchiusa della cameretta.
Troppo silenzio.
Anna cercò di essere pratica, ma la voce le uscì incerta.
«Sara? La cena è pronta da un pezzo.»
Nessuna risposta. Solo il crepitio del fuoco.
Isa si alzò, aprì la porta e spostò la tela che separava i due letti.
Non c'era.
Il letto di Sara era in ordine:
coperta piegata, candela spenta.
Nessun indizio di fretta, nessun oggetto spostato.
Una normalità che faceva più paura del disordine.
«Non c'è» disse Isa con voce piatta.
Antonio controllò la cassa dove Sara teneva le sue cose. Tutto al suo posto.
Si obbligò a restare calmo.
«Magari è uscita a vedere la luna artificiale. O a cercare un Frammento vicino ai campi.»
Anna stringeva lo stipite con una forza che tradiva la voce.
«Sara non esce senza dirlo. Mai.»
Incominciarono a cercarla.
L'aria nella Masseria cambiò consistenza.
Come se la casa stessa avesse smesso di respirare.
Tre mesi dopo, Antonio sulle montagne
Antonio camminava dove pochi osavano farlo.
Le Montagne dei Sussurri si alzavano a nord come denti contro il cielo, non si avvicinò troppo, sapeva che era pericoloso.
Si fermò sull'orlo di un crepaccio.
Quel posto era una leggenda: qualcuno diceva di sentirci le voci dei dispersi.
Urlò il nome di Sara, e la parola precipitò nel buio, rimbalzando in forme distorte: …ra… ara… a… ma nessuna risposta.
Solo il suo stesso dolore che tornava su, travestito da voce estranea.
Raccolse un pugno di terra strana, mescolata a cristalli opachi.
Non sapeva perché lo faceva.
Forse voleva solo tornare con qualcosa in mano.
Quando rientrò alla Masseria aveva le mani lacerate.
Anna lo guardava dalla soglia. Lui scosse la testa. Nessuno dei due chiese nulla. Nessuno dei due disse forse domani.
Il Mercato delle Meraviglie, Anna e la candela
La piazza del Mercato brulicava di voci, odori, colori improvvisati. Anna avanzava con un foglio di corteccia pressata tra le dita. Sopra, il disegno di Sara, tratteggiato da Isa.
Si fermava a ogni banco.
«L'avete vista? Capelli così, occhi chiari. Si chiama Sara.»
Un mercante di semi scosse la testa, già altrove. Una viaggiatrice la guardò con un velo di pietà. «Ne spariscono in tanti, da quando è cambiato il clima. Crepacci, animali della Nebbia, fame. Mi spiace.»
Dietro di lei, mormorii.
Non pensavano che Anna sentisse, ma le parole si infilavano comunque:
Dicono sia caduta in una fenditura… O rapita da gente che vive troppo vicino alla Nebbia… Io ho sentito di un rituale…
Anna strinse il disegno fin quasi a strapparlo.
Più tardi comprò una candela di sego e menta.
Quella sera la accese davanti a un piccolo spazio nel muro, dove aveva inciso una Stella del Mattino grossolana.
La fiamma tremava, a volte sembrava volersi spegnere senza motivo.
Anna sussurrò una preghiera che non era abituata a fare.
«Se è viva, falla tornare. Se è morta, fammelo sapere. Non lasciarmi qui in mezzo.»
I margini del mondo, Isa e i nomadi della Nebbia
Isa non si fermava dove si fermavano gli altri.
Ogni giorno andava un po' più oltre i sentieri segnati, verso zone dove la Nebbia si faceva più spessa, strisciando tra rocce e cespugli.
Incontrò piccoli gruppi di Risvegliati che non avevano mai voluto stabilirsi nelle Masserie di Agridonia. Nomadi che seguivano la Nebbia, diffidenti, con il viso segnato e gli occhi che guardavano troppo lontano.
Una sera si sedette davanti a un fuoco con tre di loro.
Mostrò il disegno di Sara.
«L'avete vista? O avete sentito parlare di qualcuno portato via da qui?»
Un uomo, Ruel, la fissò a lungo, poi guardò la Nebbia in lontananza.
«La Nebbia prende ciò che vuole. A volte ridà indietro i corpi. Mai i nomi.»
Una donna anziana, Mai, scuoteva un sacchetto di ossicini come se ci fosse una risposta nascosta. «Ci sono cose che non cadono nei crepacci. Vengono chiamate. Se la tua Sara è stata chiamata, non la troverai fuori. La troverai dentro.»
Isa si irrigidì.
«Dentro cosa?»
«Dentro di lei. Dentro di te. Dipende da chi ha più paura.»
Isa si alzò di scatto.
«Non mi servono metafore. Mi serve mia sorella.»
Ruel le porse un piccolo Frammento di pietra con un simbolo che sembrava un occhio chiuso. «Allora continua a cercare.»
Isa infilò il Frammento nella cintura.
Non sapeva ancora come chiamare quella gente, ma portò con sé le loro parole come schegge. Il tipo di cose che non capisci subito e poi non riesci a smettere di capire.
La Torre e la Custode
Nella cintura nebula, oltre l'ultimo limite che gli altri chiamavano troppo, la Nebbia cambiava.
Non era più vapore leggero. Era spessa, pesante, quasi solida.
E in mezzo si alzava una Torre di roccia, cristalli neri e rottami.
Il cristallo non rifletteva. Beveva la poca luce. Sembrava un dente conficcato nel mondo.
Nella camera più alta stava la Custode della Nebbia.
Il mantello era diventato corpo: strati di contratti strappati, pergamene logore, fogli del Vecchio Mondo con timbri e firme, cuciti con fili di rame che entravano e uscivano come radici.
Una rete di microchip pulsanti emetteva una luce pallida: verde malata, rossa viva. Ogni impulso era un pensiero tagliato, una memoria riformattata.
Il volto era avvolto da un velo di vapori viola. Le mani erano artigli d'ombra da cui colava Nebbia.
La sua voce esterna era un eco metallico, vuota.
Diceva:
«Sara non esiste più. Sara è caduta nel grande silenzio. Io sono la Nebbia. Io sono la Custode.»
Ma sotto, dove il mantello non arrivava del tutto, qualcosa continuava a parlare con voce umana. Un pensiero che si incrinava:
Papà… se sapessi dove sono, verresti fin qui a spaccare la torre a mani nude. Mamma accenderebbe mille candele. Isa… Isa verrebbe con una domanda che brucia più della Nebbia.
Ogni microchip sul mantello pulsava più forte, e immagini veloci scorrevano: Antonio sulle montagne, Anna al mercato, Isa che avanzava tra i vapori.
Ho provato a toglierlo.
All'inizio.
Quando il rosso era ancora solo colore, non sangue. Il mantello ha stretto. Un filo di rame che affonda un po' di più nel buio del petto. Non è un vestito. È un contratto.
Un patto senza clausole chiare:
«Sarai il filtro. Terrai fuori ciò che vuole entrare. Terrai dentro ciò che vuole uscire.» Ho detto sì senza sapere. Ho toccato. Basta quello.
La voce esterna tornava, automatica come un sistema di sicurezza:
«Resta fuori, mondo fragile. Resta fuori, città che non sa cosa le costa restare intera.»
La Nebbia fuori dalla torre si muoveva al ritmo di quella voce, come se ascoltasse.
La Custode si affacciò su un balconcino di cristallo nero che dava su un mare di Nebbia. In lontananza, piccole luci calde. Insediamenti, fuochi delle Masserie, segnali di qualcosa che provava ancora a credere di essere al sicuro.
Potrei urlare. Potrei gridare il mio nome. Potrei dire: sono qui, sono viva, portatemi via.
Ma ogni volta che il pensiero si forma, il mantello stringe. I fili vibrano, i microchip cambiano ritmo. Una visione mi esplode in testa: la Nebbia che avanza, le luci delle Masserie che si spengono una a una, gente che tossisce vapore e svanisce.
Il mantello mi mostra sempre la stessa cosa: se rompo il patto, il mondo paga al posto mio.
Non so se è vero. Ma non ho più forza per rischiare che lo sia.
Gli artigli d'ombra si chiusero sul parapetto. Il cristallo nero non si graffiò.
E anche se arrivassi da loro, così come sono, immagina. Antonio che vede la creatura, non la figlia. Anna che si fa il segno della Stella. Isa che alza la mano, non per abbracciare, ma per difendersi.
Preferisco che piangano una morta che avere nei loro occhi la paura per un mostro.
La voce esterna riprese, recitando una litania che era insieme protezione e auto-ipnosi:
«Sara è un nome dimenticato. Solo la Nebbia resta. Solo il confine deve restare.»
Il dono sul bordo
L'anno dopo, nei confini della cintura, Isa era in ginocchio su una roccia umida.
Dietro di lei, Agridonia e le prime luci delle Masserie.
Davanti, un mare di Nebbia grigia che pareva respirare.
Nelle mani teneva un piccolo Fiore di Cristallo, creato dalle Lacrime della luce.
Trasparente, rigido, capace di catturare la luce e spezzarla in riflessi minuti.
Lo posò lentamente oltre la linea dove la Nebbia cominciava a farsi più densa.
«Non so chi sei» disse verso il vuoto.
«Dicono Custode, strega, ombra. Io so solo che da quando Sara è sparita, qui sento qualcosa che non so nominare.»
Inspirò. La voce le tremò, ma andò avanti.
«Se hai a che fare con lei, se hai visto i suoi passi, se hai preso qualcosa che era nostro, ti lascio questo. È ridicolo. È solo un pezzo di cristallo che finge di essere vivo. Come noi che fingiamo di essere forti.»
La Nebbia davanti a lei vibrò.
Cambiò densità, come se qualcosa si stesse avvicinando appena sotto la superficie.
Una mano d'ombra emerse.
Non una figura intera.
Solo una mano: dita lunghe, fatte di fumo scuro addensato.
Si allungò verso il fiore.
Lo toccò.
Il cristallo suonò come vetro sfiorato.
Isa trattenne il respiro. Non arretrò.
La mano sollevò il fiore con una delicatezza incongruente con la sua apparenza.
Per un istante il mantello oltre la Nebbia sembrò tirarsi indietro, come se qualcosa al suo interno si fosse spaventato della propria emozione.
Il velo viola si assottigliò. Tra le spirali apparvero due occhi. Occhi umani, grandi, chiari, pieni di uno strazio che non era di un'entità astratta ma di una persona che ha imparato a smettere di chiamarsi per nome.
Labbra invisibili si mossero. Un suono oltrepassò la Nebbia. Non era metallico. Era umano.
La voce di Sara, sommersa, disse:
«…so…» Si spezzò. Riprovò:
«…sorella…?»
Le luci nella Nebbia impazzirono, come insetti spaventati. La densità aumentò. La mano sparì, trascinando con sé il fiore.
Una corrente fredda investì Isa. Le gambe le cedettero. Rimase a terra, le mani appoggiate sulla roccia, il viso bagnato senza che se ne fosse accorta.
Per un lungo momento, non successe nulla. Solo il respiro affannato di Isa e il fruscio della Nebbia che si richiudeva.
Si asciugò il viso con rabbia.
«Ma smettere di cercarti. Quello non posso farlo.»
Si rialzò, traballante. Tornò verso le luci lontane delle Masserie.
Dietro di lei, nella Nebbia, la Torre restava immobile.
Dentro, la Custode stringeva il fiore di cristallo.
Un microchip sul mantello si incrinò con un suono secco, quasi impercettibile. Una sottile linea di crepa cominciò a propagarsi. Lentissima, come una promessa che non aveva ancora deciso se mantenere.
Il pensiero interiore di Sara fu l'ultima eco:
Se ti dicessi chi sono, ti farei a pezzi il mondo. Se resto in silenzio, lo faccio a pezzi da sola.
FABIO CHIUDE
E così, viandanti, ora è chiaro.
Una bambina tocca un mantello che non dovrebbe toccare, e quel gesto la trasforma. Non in un mostro. In qualcosa di più preciso e più crudele: in qualcuno che non può più permettersi di essere riconosciuto.
Sotto il mantello di contratti c'è una donna che ha scelto di essere dimenticata piuttosto che farsi riconoscere come mostro.
La domanda che nessuno fa ad alta voce è: aveva ragione?
La prossima puntata: la Custode smette di aspettare. Si presenta al Centro le Maschere con un'offerta. E chiede l'impossibile.
Dormite tranquilli, viandanti.
O dormite con quella domanda in testa. Fate voi.
© Il Mondo Giordano — Giordano Project




👍