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LA NOTTE DEL NARRATORE

15 ott 2025
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 19 set


LA NOTTE DEL NARRATORE


(Dal taccuino di Fabio. Con schizzi in biro, briciole di pizza e mezza bestemmia cancellata con un cuore rosa. Non chiedete del cuore rosa.)


LE 08:52


Silvia entrò nell'ufficio come se l'ufficio stesse aspettando lei e non il contrario.

Tazza in mano. Vestita con quella combinazione specifica che usa quando ha già deciso che la giornata la passeranno gli altri a lavorare per lei — non per pigrizia, per strategia. C'è una differenza, e Silvia la conosce meglio di chiunque in questo ufficio.

Si fermò alla scrivania di Paolo.

Paolo aveva già aperto dodici file, tre chat vocali su WhatsApp — etichettate rispettivamente IDEE GIANCARLO 1, IDEE GIANCARLO 2, NON APRIRE — e un documento chiamato CONCEPT_SERIO_FORSE che conteneva, per quanto avevo potuto vedere da lontano, principalmente punti interrogativi.

«Paolinoo.»

Paolo alzò gli occhi. Li riabbassò. Continuò a scrivere.

«Puoi scrivermi la caption per l'ultimo post? Devo sistemare alcune cose.»

«Tipo cosa?»

«Le vibrazioni. E le unghie.»

Paolo smise di scrivere. Si voltò verso Silvia con l'espressione di chi sta raccogliendo tutte le energie disponibili per dire qualcosa di costruttivo.

«Silvia. Sei la social manager.»

«Lo so. Ma io sento i contenuti. Tu li scrivi meglio.»

«Sento solo la mia gastrite nervosa.»

«È il corpo che elabora l'ispirazione.»

Paolo aprì un file nuovo. Iniziò a scrivere la caption.

Io annotai nel taccuino: Silvia — ha convinto Paolo in quaranta secondi senza promettergli niente di concreto. Studiare la tecnica.


LE 09:34


Paolo lavorava.

Questo è il modo più semplice per descriverlo, e anche il più preciso. Paolo lavorava nel senso che fanno le cose che reggono tutto dall'interno — le fondamenta, i cavi, l'impianto idraulico. Cose che nessuno vede finché non si rompono.

Sul monitor, un post-it scritto a mano:

Riscrivere i rituali di battesimo di Fuffi. Sistemare le leggi di gravità nella Valle Labirinto. Di nuovo. Trovare dove Silvia ha nascosto la call to action. Fingere che tutto abbia un senso.

Quest'ultima non aveva la casella da spuntare.

Stava sistemando i testi che Fabio — io — aveva scritto la notte prima alle tre, le grafiche di Giorgio che sembravano partorite da un sogno technicolor, e gli appunti del Boss su tovaglioli da bar con scritte tipo LORE UGUALE SPUMA DI COSCIENZA.

A un certo punto si fermò. Guardò lo schermo.

«Mi pagano in ore di vita perse» disse, a nessuno in particolare.

Poi tornò a scrivere.

Nel monitor riflesso, per un istante, una notifica di Slack lampeggiò con una piccola icona a forma di melagrana. Nessuno la notò. Solo io la vidi, e la annotai, e decisi di non dire niente perché alcune cose funzionano meglio se restano dove sono.


LE 13:37


Giancarlo apparve.

Non entrò — apparve, nel senso che prima non c'era e poi c'era, con quella qualità che hanno certe persone di occupare lo spazio prima ancora di muoversi dentro di esso.

Occhialini. Barba non pianificata. Maglietta con scritto qualcosa che non riuscii a leggere interamente ma che conteneva le parole "404" e "Etica".

Si fermò in mezzo all'ufficio. Guardò il soffitto per tre secondi. Poi parlò.

«Facciamo una linea di magliette che sono anche incantesimi.»

Silenzio.

«Devono cambiare colore con l'umore del cliente. E il colore attiva un QR code che sblocca contenuto esclusivo del Cratere del Silenzio.»

Altro silenzio.

Giorgio posò la matita. La riprese. La riposò.

Thomas aprì una finestra sul monitor, la guardò, la chiuse.

Silvia disse «mi vibra il terzo occhio» con la serietà di chi sta descrivendo un sintomo fisico reale.

Paolo aprì un file nuovo e cominciò a scrivere.

Io capii, in quel momento, cosa stava facendo Giancarlo. Non stava proponendo. Stava introducendo nel sistema un'informazione caotica abbastanza specifica da generare una risposta — come si butta un sasso in uno stagno non per colpire qualcosa, ma per vedere dove arrivano le onde.

Lo fece per venti minuti. Poi sparì nel suo ufficio.

Quello che rimase:

Paolo aveva scritto tre pagine di note che contenevano, tra le altre cose, un sistema di vessilli magici per le fazioni di Agridonia e una struttura per il merchandising delle Stagioni che Nicola avrebbe poi trasformato in un foglio Excel di quarantadue righe.

Giorgio aveva disegnato trentotto mockup. Trentotto. In venti minuti. Nessuno sa ancora come.

Il capitolo diciassette era stato riscritto nel processo — aggiunto qualcosa sulla luce che cambia nei momenti di frattura, che non c'entrava niente con le magliette ma era esattamente quello che mancava.

Thomas aveva hackerato qualcosa. Non era chiaro cosa. Disse solo «fatto» e chiuse tre finestre.

Io avevo annotato tutto.

La gastrite di Paolo era migliorata del quindici percento, il che non ha una spiegazione razionale ma è quello che ha detto lui.


LE 00:01


L'ufficio era vuoto.

Restai.

Non perché dovessi — perché è in queste ore che capisco quello che succede durante il giorno. Di giorno osservo. Di notte trascrivo. È una divisione del lavoro che nessuno mi ha assegnato e che non ho mai contestato.

Lampada accesa. Schermo blu-nero. Caffè che aveva smesso di essere caldo da almeno un'ora ma che bevevo lo stesso perché buttarlo sembrava una resa.

Fuffi dormiva sopra il dizionario delle metafore perdute — un volume che Giancarlo aveva comprato a un mercatino e che nessuno aveva mai aperto, ma che occupava la scrivania con la presenza solida delle cose che non hanno bisogno di giustificarsi.

Guardai il taccuino. Le annotazioni della giornata. Silvia e Paolo. Paolo e i post-it. Giancarlo e le onde nello stagno. Giorgio e i trentotto mockup. Thomas e il suo "fatto" detto al vuoto.

Scrissi in fondo all'ultima pagina:

In un posto normale, queste sarebbero disfunzioni.

Poi aggiunsi:

Questo posto non è normale.

Poi cancellai entrambe le frasi perché erano ovvie, e le cose ovvie nel taccuino di un narratore occupano spazio che potrebbe servire per altro.

Lasciai la pagina bianca.

Fuffi si girò nel sonno, con la qualità di chi sta sognando qualcosa di specifico e non intende condividerlo.

Fuori, Agridonia aspettava di essere raccontata.

Dentro, Fabio aspettava di capire come.

— Fabio, 3:26 del mattino con un caffè freddo, un taccuino quasi pieno e Fuffi che ronfa sopra le metafore perdute



© Il Nucleo Office — Giordano Project



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