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SECONDA PUNTATA

14 ott
Tempo di lettura: 12 min

PUNTATA 2 S2



DUE STRADE



FABIO APRE


Lo sapete come si riconosce una squadra che funziona davvero?

Non da quanto vince insieme.

Da come si divide quando serve.

Ieri erano in quattro attorno a un tavolo, più un gatto, più una domanda senza risposta.

Oggi si spezzano in due strade diverse, e nessuno protesta.

Che poi è il modo più veloce per scoprire se ti fidi di qualcuno per davvero: mandarlo dall'altra parte della città, e sperare che torni con qualcosa in tasca.

Non con una scusa.

C'è una donna, ad Agridonia, che ha perso una cosa che non torna più.

E c'è una montagna, oltre la Cintura Nebula, che aspetta da diciotto anni che qualcuno trovi il coraggio di tornarci.

Oggi la squadra prende due strade.

Vediamo dove portano.


LA NOTIZIA


La voce girava già prima che aprissero le persiane del Centro Le Maschere.

Marcello la sentì da un cliente che l'aveva sentita da un altro, che a sua volta l'aveva sentita da qualcuno alla Banca degli Oboli.

La solita catena di Agridonia, dove una notizia perde un pezzo a ogni passaggio di mano e ne guadagna due inventati.

«La donna del mercato» disse a Giordano, appoggiando il boccale sul bancone senza che nessuno l'avesse chiesto.

«Quella delle uova. Sai cosa dicono?»

«So che ha perso la fede nuziale.»

«Non solo quella.» Marcello si asciugò le mani nel grembiule, lento.

«Dicono che le hanno guardato il dito, dopo. Niente segno.

Manco il cerchio bianco che ti resta quando porti un anello per trent'anni.

Come se non l'avesse mai avuta.»

Giordano restò con gli occhi sul boccale.

«Non l'ha persa» disse.

«È stata tolta dalla storia.»

Non fece in tempo a finire la birra.

La Custode era già alla porta.

Il cappuccio basso, il Mantello fermo ma teso, come una corda tirata da qualcosa che non si vedeva.

«L'ho sentito anch'io» disse.

«Da prima che arrivasse la voce.» Una pausa.

«Dobbiamo parlare con Lorenzo. Adesso.»


OSSERVATORIO DEL NUCLEO


Lorenzo era alla mappa, come sempre.

La Custode entrò dietro Giordano, il cappuccio basso sul viso, il Mantello che si muoveva appena.

Lorenzo alzò lo sguardo.

L'angolo della bocca gli si mosse, e tornò a posto.

«Custode.» La voce gli si ammorbidì di un grado, non di più.

«Ultimamente ti vedo spesso, qui ad Agridonia. Che succede? Hai deciso di stare dalla parte dei buoni?»

«Dei buoni? Dipende» disse lei sorridendo.

«Quanto pagate?»

«Meno di quanto guadagni truffando i viandanti.»

«Probabile. Ma almeno voi non urlate quando perdete.»

Lorenzo quasi rise.

Quasi.

«Cosa vuoi?» disse, tornando serio, ma non del tutto.

La Custode fece un passo avanti.

«Una domanda. Vecchia, ma non ho mai avuto un motivo buono per farla, prima d'ora.»

«E adesso ce l'hai.»

«Forse.» Una pausa.

«La missione dove è morta Isa. Cosa ti raccontò Vittorio, dopo?»

Lorenzo non rispose subito. Restò fermo, la schiena dritta. Poi si voltò verso la mappa, come se avesse bisogno di guardare qualcos'altro per parlare.

«Poco» disse.

«Diciotto anni fa non era ancora il tipo da raccontare le cose intere. Nemmeno a me.» Una pausa.

«Disse che erano saliti fino alla vetta. Che avevano trovato la Tavola sospesa su un vuoto, tenuta lì da niente che si potesse vedere. Disse che le leggi brillavano, e che Isa cercava di leggerle a voce alta man mano che le trovava.»

«Quante?» disse la Custode.

La voce piatta, controllata.

Lorenzo la guardò.

«Quante leggi? Sei.»

Silenzio.

«La Tavola ne ha sette» disse la Custode.

«Lo so» disse Lorenzo.

«Ma Vittorio mi disse che Isa ne vedeva solo sei.»

Giordano guardò l'uno, poi l'altra.

«Quindi la settima non l'ha mai letta nessuno.»

«Nessuno che sia tornato a dirlo» disse la Custode.

Si voltò verso di lui.

«Sento una crepa, Lorenzo. Nel Mantello. Da quando la Valle ha cominciato a prendere.»

Lorenzo incrociò le braccia.

«E la crepa ha a che fare con una legge che nessuno ha letto.»

«Potrebbe.» La Custode non distolse lo sguardo.

«E l'unico modo per saperlo è guardare quella montagna da vicino.»

Il silenzio, questa volta, durò più a lungo.

«Quella montagna si è già presa abbastanza» disse Lorenzo, piano.

«Non saliamo» disse Giordano.

«Andiamo solo a investigare da vicino. Te lo prometto.»

Lorenzo non si voltò subito. Guardò la mappa, le mani sul bordo del tavolo.

«Portati Fuffi» disse.

«E torna prima che faccia buio.»


CENTRO LE MASCHERE


Li trovò al tavolo in fondo, dove ormai stavano ogni mattina.

Giusy aveva già il flauto in mano.

Kai si stava versando qualcosa che sembrava caffè e puzzava di tutt'altro.

«Ho appena parlato con Lorenzo» disse Giordano, senza sedersi.

«Mia madre, sulla Montagna dei Sussurri, vide sei leggi. Non sette.» Una pausa breve. «La Custode pensa che quello che manca c'entri con quello che sta succedendo nella Valle.»

Brian smise di accordare il liuto.

«Quindi non è un'idea. È un filo vero.»

«È un filo che vale la pena tirare» disse Giordano.

«Voi tre con Aethyr restate su Frankus. Lo seguite, capite chi lo paga, e se trovate qualcosa che non quadra, anche piccola, quella prima di tutto.»

«E tu?» chiese Kai.

«Io vado alla Montagna. Con la Custode.»

Il tavolo si fece silenzioso per un secondo.

«Non saliamo» aggiunse Giordano.

«Andiamo solo a vedere quanto è brutto da vicino.»

Brian pizzicò una corda, distratto.

«E se è più brutto di quanto pensiamo?»

«Allora torniamo indietro e ci prepariamo meglio.»

Kai si strinse nelle spalle.

«A me sta bene. Frankus almeno non ti sussurra cose all'orecchio.»

Giusy non rise.

Stava già pensando ad altro.

«Va bene» disse solo.

«Frankus è nostro. Fateci sapere se la montagna vi mangia.»

«Cercherò di evitarlo» disse Giordano.

Nessuno rise.


AI PIEDI DELLA MONTAGNA


Camminarono per ore, lui davanti, la Custode un passo indietro, Fuffi in mezzo ai due.

Poi la terra cambiò.

Meno erba, meno nebbia, più pietra.

Una pietra scura e liscia, che sotto gli stivali non faceva rumore.

La Montagna comparve oltre l'ultima curva.

Da lì sotto non si capiva se fosse una o dieci.

La parete saliva e basta, e a destra e a sinistra la pietra non finiva mai.

La cima era persa in una foschia che non si muoveva.

Sotto il silenzio c'era un ronzio.

Basso.

Più nel petto che nelle orecchie.

Fuffi si fermò.

Le orecchie piatte, la stella appena accesa.

Ripartì solo quando la Custode gli passò davanti.

«Fumo» disse Giordano.

Lo aveva visto per primo, a mezza costa, un filo grigio dritto nell'aria ferma.

Il campo stava dove la strada incontrava la parete, abbastanza lontano da sentire la Montagna appena e abbastanza vicino da non perderla d'occhio.

Quattro carri dalle ruote alte, coperti di tela cerata e di pelli cucite a mano.

Lanterne di vetro colorato appese a un palo.

Una pentola grossa sul fuoco, che borbottava.

E accanto al fuoco, su un palo più alto degli altri, una campana di bronzo nera di fumo, con un'asta di ferro appesa a una corda.

Due bambini, identici fino ai buchi nei calzoni, sedevano uno di fronte all'altro a un palmo di distanza.

Fermi.

Uno dei due si chinò e disse qualcosa all'orecchio dell'altro, pianissimo.

L'altro aprì la bocca per rispondere, poi se la chiuse con tutte e due le mani.

Il primo tese il palmo.

Il secondo tirò fuori una pietruzza dalla tasca e gliela mise sopra, con l'aria di chi salda un debito.

Più in là una bambina più piccola disegnava nella polvere con un bastoncino.

Un ragazzino magro teneva in mano una lanterna spenta e non parlava.

«Fermi lì.»

La voce veniva dall'alto.

Una ragazza stava seduta su un masso sopra il campo, l'arco corto sulle ginocchia, una freccia già incoccata.

Giordano si fermò. La Custode fece ancora un passo, poi si fermò anche lei.

«Veniamo da Agridonia» disse Giordano.

«Lo vedo» disse la ragazza.

«Camminate come chi ha un tetto dove tornare.»

«Non cerchiamo guai.»

«Chi lo dice, di solito, ne porta.»

Fuffi si sedette.

Guardava la ragazza.

La ragazza guardava lui.

«Ilinca.»

Una donna uscì da dietro un carro, con le maniche arrotolate e un mestolo in mano, i capelli grigi in una treccia grossa come una corda.

«Abbassa quella cosa.»

«Ha il Mantello» disse Ilinca, con un cenno del mento verso la Custode.

«Quella.»

La donna guardò la Custode.

Poi il Mantello.

Poi la Custode di nuovo, più a lungo.

«È la donna della Nebbia.»

«Se vuoi chiamarmi così» disse la Custode.

«Non decido io come vi chiamano.»

La donna scese di un passo, il mestolo puntato verso il fuoco.

«Il mio nome è Doina. Mio marito Vasile, quello sotto il carro. Le pulci sono Doru e Yannis. Quella che scrive per terra è Sasha, quel muto è Miko. E quella con l'arco, a cui devo ricordare ogni giorno che non si punta alla gente, è Ilinca.»

Sotto il carro un uomo grosso rattoppava uno stivale.

Alzò due dita, senza alzare gli occhi.

«Qui non c'è Nucleo e non c'è Velo» disse Doina.

«Se siete venuti a farci scegliere, la strada è quella da dove siete arrivati.»

«Non siamo venuti per questo.»

«E per cosa?»

Giordano guardò la parete.

«Mi chiamo Giordano, lei a quanto pare la conoscete già. Veniamo per sapere di più sulla Montagna.»

Doina lo studiò.

«Se volete solo guardarla si può. Da qui.»

Tornò al fuoco e mescolò.

«Il brodo bolle. Chi si siede, mangia. Chi mangia, racconta.»

«Racconta cosa?»

«Quello che sai e noi no e viceversa. Il fuoco non si paga con gli Oboli qui.»

Giordano mise la mano in tasca per prendere la sacca degli Oboli.

«Tienila» disse Vasile da sotto il carro.

«L'ultimo che ne ha dato un Obolo a Doina se l'è ritrovato nel brodo.»

Giordano si sedette.

La Custode no.

Rimase in piedi, a due passi dal cerchio del fuoco, con la schiena verso la parete. Fuffi si sistemò tra lei e la Montagna.

Giordano raccontò.

La donna delle uova.

La fede che non lasciava il segno bianco.

Raccontò poco.

Il furto delle pietre lo lasciò fuori.

Doina ascoltava senza smettere di mescolare.

Quando lui finì, assaggiò il brodo.

«Da noi non è successo niente» disse.

Una pausa.

«Per ora.»

«Per ora» ripeté Vasile, da sotto il carro, con lo stivale in mano.

Sasha alzò la testa dal disegno, guardò il padre, poi la madre, e tornò al suo bastoncino.

Giordano guardò la polvere.

Una linea lunga.

Un'altra, storta, che usciva dal bordo di quello che Sasha aveva deciso fosse il mondo. In fondo, una cosa sola, appuntita, con un cerchio attorno.

Non somigliava a nessuna mappa dell'Osservatorio.

Lo guardò un secondo più del necessario.

«Voi salite mai?» chiese.

«No» disse Doina.

«Qualcuno sì» disse Ilinca.

«Qualcuno ci prova» disse Doina, e lo disse a Ilinca, non a lui.

«Ma scende di rado.»

Ilinca abbassò gli occhi sull'arco.

Poi, all'improvviso, il ronzio cambiò.

Giordano lo sentì nello stomaco prima ancora di capire che era cambiato.

I gemelli smisero di giocare.

Tutti e due, insieme.

Doina smise di mescolare.

Vasile posò lo stivale.

La Custode non si era mossa.

Stava in piedi con la faccia verso la parete, e il Mantello le tremava addosso a vuoto, senza la solita direzione.

Gli occhi guardavano qualcosa a un passo da lei che non c'era.

«Sì» disse piano.

Una sillaba.

Giordano scattò in piedi.

«Non toccarla» disse Doina, senza alzare la voce.

«Non parlarle. Aspetta.»

«Ma—»

«Vasile.»

Vasile era già al palo.

Prese l'asta di ferro appesa alla corda.

Fuffi si era schiacciato contro la caviglia della Custode, la stella accesa fino a far male agli occhi.

Vasile colpì la campana.

Una nota piatta, brutta, senza niente di bello dentro.

Fu come tagliare un filo.

La Custode inspirò, un colpo di fiato solo, come chi riemerge.

Il Mantello tornò fermo.

Giordano era già accanto a lei.

«Cosa hai sentito?»

«Non sono sicura, forse niente.»

«Alla prima volta ci provano tutti» disse Doina, tornando al brodo.

«Tu sei arrivata a una sillaba.»

La Custode non rispose.

Le mani le tremavano, e le infilò sotto il Mantello.

«Non ho risposto.»

«Quasi.»

Doina riempì tre ciotole.

«Se tornate» disse,

«e tornerete, mi sa, portatevi qualcosa per le orecchie che non sia cera.

La cera non regge.»

«E voi?» chiese Giordano.

«Noi stiamo qui. A distanza di campana.»

Porse una ciotola a Giordano, una alla Custode.

La terza la posò per terra, davanti a Fuffi, che la guardò con sospetto.

La Custode prese la sua.

Bevve il brodo in piedi, senza togliersi il cappuccio.

Era quasi buio quando si alzarono.

«Grazie» disse Giordano.

«Il brodo l'avete pagato con la storia» disse Doina.

«Siamo pari.»

Presero la strada del ritorno.

Camminarono un pezzo senza parlare.

«Non chiedere» disse la Custode.

«Non ho chiesto.»

«Lo stai facendo con la faccia.»

Dietro di loro, nel campo, la campana fece un'ultima nota piatta.

Nessuno rispose.


SULLE TRACCE DI FRANKUS


Lo trovarono che entrava nella Gilda Alchemica, il solito mantello nuovo, i due energumeni due passi dietro come cani al guinzaglio corto.

Lo seguirono a distanza.

Quella giusta per non farsi notare da uno che, comunque, non si voltava mai indietro.

Si fermarono all'angolo di un vicolo di fronte alla porta, Aethyr posata su una sporgenza di pietra, la luce della sfera ridotta a un lumino.

«Là dentro da mezz'ora buona» disse Kai, la schiena contro il muro.

«O ha trovato il vino più buono di Agridonia, o sta aspettando qualcuno.»

«O sta comprando altra roba morta da riaccendere» disse Brian.

Il liuto gli pendeva sulla spalla, silenzioso per una volta.

«Non è che aspettarlo faccia una gran differenza. Aspettare è tipo il novanta per cento del nostro lavoro.»

«E l'altro dieci?» chiese Kai.

«Scappare quando qualcosa va storto.»

Giusy non disse niente per un po'.

Guardava la porta della Gilda, il flauto girato tra le dita.

«Giordano ci ha affidato questa parte» disse alla fine.

«Non ce l'ha chiesta. Ce l'ha affidata. C'è differenza.»

«Lo so» disse Brian.

«Per questo non voglio mandare tutto all'aria.»

«Nessuno vuole» disse Kai.

«Ma diciamocelo. L'uomo ha perso sei pietre, un padre che l'ha marchiato da bambino, e un quarto di luna in cui non ha aperto bocca.

Se sbagliamo anche noi, quello crolla.»

«No, non crolla» disse Giusy.

«Non è il tipo.»

Silenzio.

Il vento portò l'odore di zolfo che arrivava sempre a quell'ora, gentile come una minaccia sorridente.

«Vi siete accorti» disse Brian,

«che da quando è morto il coniglio le cose si sono fatte più grosse, non più piccole? Pensavo fosse finita. Invece è come se avessimo tolto un tappo.»

«Frankus, quello che lo paga, la Custode, la montagna» disse Kai, contando sulle dita.

«Direi che il tappo è saltato bene lontano.»

«E siamo noi a doverci mettere le mani» disse Brian.

Lo disse come uno che guarda una fattura e fa la somma.

«Siamo nati dopo il Reset. Io suono in un bar, tu conti Oboli come se ti pagassero a percentuale, lei vende roba per dimenticare al mercato. E adesso tocca a noi decidere cosa succede se ce lo giochiamo male.»

«Chi altro dovrebbe farlo?» disse Giusy.

«Lorenzo ha già dato quello che poteva.

Vittorio è il problema, mica la soluzione. Restiamo noi.»

«Bella responsabilità» disse Kai, con un sorriso storto.

«Bella o brutta, è quella che c'è.»

Giusy smise di far girare il flauto.

Se lo strinse in mano, fermo.

«E Giordano?» chiese Kai.

«Tu che ne pensi di lui, davvero?»

Giusy ci pensò un momento.

«Penso che se questo mondo avrà un futuro decente, passerà anche da lui. Perché è l'unico che ancora si chiede se sta facendo la cosa giusta, invece di dare per scontato di saperlo già.»

Kai fischiò piano.

«Fiducia vera. Ti è cresciuta all'improvviso.»

«Mi è cresciuta guardandolo lasciar andare suo padre invece di fermarlo con la forza. Quella roba lì non si insegna.»

Brian sorrise, storto, e non aggiunse niente.

La porta della Gilda si aprì.

Frankus uscì, il sorriso già pronto, gli occhi che brillavano come due Oboli appena coniati.

Giusy si rimise il flauto alle labbra, senza suonare.

«Basta chiacchiere» disse.

«Si muove.»

Lo seguirono per due strade, tre, quattro.

Poi Frankus si fermò.

Non si voltò subito.

Restò immobile un momento, come un animale che ha sentito qualcosa nell'aria.

Poi girò la testa, lenta, e i suoi occhi passarono dritti sul vicolo dove si erano appiattiti contro il muro.

«Aethyr» sussurrò Kai.

«Ci ha visti?»

«Probabilità alta» disse Aethyr, la voce ridotta a un filo.

«Reazione consigliata: movimento immediato.»

I due energumeni si voltarono insieme, come se avessero lo stesso muscolo.

Uno indicò il vicolo.

«Corriamo» disse Brian, già in movimento.

Non fecero in tempo.

Uno dei due grossi tagliò la strada, le braccia larghe, il tipo di uomo che non ha bisogno di correre perché tanto arrivi comunque da lui.

Brian strappò due corde al liuto insieme. Il suono uscì come un'onda, bassa e sporca, e l'uomo davanti a loro barcollò, le mani sulle orecchie.

«Di qua!» urlò Giusy, già dentro un vicolo laterale.

Corsero.

Le strade della Valle si muovevano attorno a loro, indifferenti alla fretta, e per un momento un muro sembrò voler chiudersi proprio dove dovevano passare. Kai lo spinse con la spalla, un urto che gli lasciò un livido ma li fece passare.

Il secondo energumeno li perse a un incrocio che cambiò forma proprio mentre lui ci arrivava.

Si fermarono solo tre strade dopo, il fiato corto, la schiena contro un muro che per una volta era rimasto fermo.

«Ci ha visti» disse Kai, piegato in due.

«Ci ha visti e ha mandato i cani.»

«Il che significa» disse Brian, ancora senza fiato,

«che Frankus non è più solo un burattino ignaro. O almeno, qualcuno gli ha detto di stare attento a chi lo segue.»

Giusy guardò indietro, verso la direzione da cui erano scappati.

«O qualcuno gli ha detto di stare attento a noi in particolare» disse.

Nessuno seppe cosa rispondere a quello.


FABIO CHIUDE


Due strade, dicevo.

Su una c'è un uomo che vende roba morta per conto di qualcuno che ancora non ha una faccia, e che oggi ha scoperto di avere compagnia.

Sull'altra c'è una montagna che parla, e una famiglia che le vive accanto con una campana e una sola regola.

Chi vive fuori dalle mappe, di solito, sa qualcosa sulle mappe.

Non so ancora cosa.

Ma ho il sospetto che torneremo da loro, e che il brodo, stavolta, costi di più.

Una delle due strade, la prossima volta, si fa più stretta.

A venerdì.

Fabio




© Il Mondo Giordano — Giordano Project





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2 commenti

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Donnie
14 ott
Valutazione 5 stelle su 5.

Raga, ma avete notato il dettaglio degli Oboli?? 🤯

Nella S1E18 il tizio misterioso che entra al bar alla fine paga con degli "Oboli troppo puliti". E ora, all'inizio della S2, Frankus si presenta arricchito con gli occhi che brillano come "Oboli appena coniati"!

In questo mondo pieno di fango e ruggine, la pulizia è un indizio gigante. Secondo me il tipo losco del finale e il finanziatore segreto di Frankus sono la stessa persona! C'è un terzo giocatore con una cassaforte d'oro intatta che sta muovendo i fili.

Fabio, ho fatto centro? 😎 Voi che ne dite? ➡️🛣️

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sen..!..zen
sen..!..zen
15 ott
•
ViandanteTeam Il Nucleo
Risposta a

Può essere. 😉

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