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PRIMA PUNTATA

4 ott
Tempo di lettura: 11 min

PUNTATA 1 S2


LA FEDE



FABIO APRE:


Allora.

Ti sei seduto.

Bene.

Se sei nuovo, due parole su di me e poi ti lascio in pace.

Mi chiamo Fabio.

Sto al Centro le Maschere, dove vanno a finire tutte le storie, e questa te la racconto io perché qualcuno doveva farlo e gli altri erano occupati a viverla. Non so tutto.

Ti dico quello che vedo.

È già più di quanto facciano in tanti.

Se invece c'eri già, bentornato.

È passato un po'.

Per te magari tanto.

Per loro, un quarto di luna.

Una settimana, per chi conta ancora alla vecchia maniera.

Ti rinfresco la memoria, che entrare in una storia senza il riassunto è come entrare in un bar a metà di una rissa: capisci che qualcuno le sta prendendo, ma non sai chi ha cominciato.

Hanno cominciato in due, a cercare delle pietre.

Sei Frammenti, un fiore di pietra, e dentro una parola che apre qualcosa di più grande di loro.

Ora sono in sei, e le hanno trovate tutte.

Alcune le hanno pagate care.

E poi, la notte della festa, mentre tutti respiravano per la prima volta da lune, un uomo è entrato negli archivi del Nucleo e se le è portate via.

Quell'uomo era Vittorio.

Il padre di Giordano.

E Giordano, il ragazzo intorno a cui gira tutta questa faccenda, l'ha visto andarsene e non ha mosso un dito.

Avresti voluto che lo fermasse.

Lo so.

Anch'io, certe sere.

Ma forse aveva ragione lui.

Lo capiremo strada facendo.

Questo era prima.

Adesso è un quarto di luna dopo, e ripartiamo da lì.

Da una città dove le strade hanno cominciato a fare una cosa che non avevano mai fatto in vita loro.

Mettiti comodo.

La stagione delle stanze è finita.

Comincia quella delle strade.


LA VALLE LABIRINTO


La Valle Labirinto cambiava forma da sempre.

Era il suo mestiere.

Una strada di qua, un vicolo che ieri non c'era, un cortile che spariva e tornava il martedì.

La gente di Agridonia ci aveva fatto il callo, come ci si fa il callo a un parente molesto: la mattina controlli da che parte ti ha spostato la porta di casa, bestemmi piano, e vai a lavorare.

Quella mattina la Valle si muoveva in fretta.

Si muoveva cattiva.

Un muro calò dove un attimo prima c'era un arco, e una donna che portava le uova al mercato si ritrovò chiusa dentro una sacca di pietra liscia.

Bussò.

Chiamò.

La pietra la stette a sentire.

Sai com'è fatta la Valle, te l'hanno raccontato di sicuro.

Più scoria gira tra la gente, più lei si ingarbuglia.

Ansie, rimorsi, sensi di colpa: se li mangia e ti rifà le strade con quella roba lì. E in un quarto di luna, di scoria, ne era girata parecchia.

Un furto.

Sei pietre sparite dagli archivi del Nucleo.

Le voci che corrono più veloci dei fatti.

La Valle aveva ingoiato tutto, e adesso lo vomitava in forma di muri.

Fin qui, vecchia storia.

La donna uscì dalla sacca quando la pietra si stancò di tenerla.

Aveva ancora il cesto.

Aveva ancora le uova, tutte intere, neanche una crepa.

Le mancava la fede al dito.

Trent'anni che la portava, e adesso il dito era nudo, senza neppure il segno bianco che lascia un anello tenuto una vita.

Come se non l'avesse mai avuta.

Non era stata rubata. Era stata scucita dal mondo.

La Valle, prima, le strade le rimescolava soltanto.

Non aveva mai preso niente a nessuno.

Adesso prendeva.


CENTRO LE MASCHERE


Al Centro le Maschere le storie ci andavano a finire tutte, e infatti sulle travi ce n'erano appese a centinaia, di maschere.

Facce di gente che aveva smesso di esserci.

Qualcuno diceva che portavano fortuna.

Maestra Vira diceva che andavano spolverate, e quella era l'unica teologia che le interessasse.

Al tavolo in fondo erano in quattro, e da un quarto di luna facevano lo stesso discorso senza arrivare da nessuna parte.

«È nella Torre Nera» disse Kai.

«Questo lo sappiamo.»

«Sapere dov'è non ci serve a un cazzo.»

Giusy aveva davanti il flauto, ma non lo suonava.

Lo faceva girare tra le dita, piano, come quando il cervello le lavorava più della bocca.

«Vittorio non è scemo. Le sei pietre non le tiene sul comodino. Le ha messe dove non le troviamo, e la Torre attorno ce l'ha messa apposta perché a entrarci ci si lascia la pelle.»

«Quindi entriamo e ci lasciamo la pelle» disse Brian.

Aveva il liuto in braccio.

Pizzicò una corda.

Il suono uscì storto, come il corvo intagliato sul manico, che da quindici anni guardava tutti di traverso.

«Bel piano. Lo metto in musica?»

«Mettici pure il ritornello» disse Giusy, e non rise.

Giordano non disse niente.

Stava con la schiena al muro, e sotto il tavolo Fuffi gli premeva il fianco contro lo stivale, fermo, con la stella sul petto che alla luce delle candele sembrava sporca.

Un quarto di luna che Giordano parlava poco.

Aveva i suoi motivi, e te li racconto dopo, che adesso entra in scena il pagliaccio.

La porta del Centro si aprì come si aprono le porte quando dall'altra parte c'è uno che vuole essere guardato.

Entrò Frankus.

E qui ti devo spiegare una cosa, o non capisci la faccia che fece Giordano. L'ultima volta che l'avevano visto, Frankus era un uomo finito.

Lorenzo l'aveva inchiodato con un contratto magico che era più gabbia che patto, e l'aveva fatto «Venditore Ufficiale del Nucleo», che è un modo elegante per dire cane al guinzaglio.

Un cane al guinzaglio ha una certa faccia.

La faccia di chi conta i giorni.

Quello che entrò al Centro quella faccia non ce l'aveva.

Aveva un mantello nuovo, di quelli che costano.

Aveva gli stivali puliti, in una città dove pulito non lo è niente.

Dietro, due tizi grossi che si guardavano intorno come si guarda la merce.

E davanti a tutto quel sorriso, gli occhi che gli brillavano come due Oboli appena coniati.

Rideva.

Rideva da solo, contento, come un uomo a cui le cose vanno bene.

A un uomo in gabbia le cose non vanno bene.

«Amici!» Allargò le braccia.

«Viandanti. I cuori coraggiosi del Nucleo.» Si appoggiò al loro tavolo senza chiedere permesso.

«Lo sento nell'aria, sapete? Il momento. Ogni crisi è un'opportunità travestita. L'ho letto, l'ho vissuto, ve lo regalo gratis: chi piange il passato non vende il futuro.»

«Frankus» disse Giusy.

«Cosa vendi.»

«Tutto.»

Schioccò le dita.

Uno dei grossi spinse avanti un carretto coperto.

«Reliquie del Vecchio Mondo. Roba morta che ho fatto tornare a respirare. Pezzi che il Nucleo se li sogna.»

Tirò via il telo.

Roba del Vecchio Mondo, sì. Ma riaccesa.

Scatole che ronzavano.

Un rettangolo di vetro si illuminò da solo e mostrò la faccia di una donna che sorrideva a nessuno, ripetendo tre parole in una lingua morta, ancora e ancora, allegra come una condannata.

Una sfera che girava su se stessa senza che niente la spingesse.

E in mezzo, un coso di metallo che fece un verso.

Un verso brutto.

Un fischio che salì troppo, e per un secondo tutte le candele del Centro si piegarono dalla stessa parte, come se nella stanza fosse entrato un vento che non c'era.

Poi il coso tacque.

Le candele tornarono dritte.

Dietro il bancone Marcello si fece il segno della Stella contro il malocchio, lui che non credeva in niente, ma nel malocchio sì.

«Difetto di fabbrica» disse Frankus, e rise di nuovo.

Giordano guardava il carretto.

Poi guardò Frankus.

Poi di nuovo il carretto.

«Dove li hai presi quei artefatti?.»

Frankus si voltò verso di lui, e per mezzo secondo il sorriso gli si fermò. Mezzo secondo.

Poi tornò.

«Lavoro, ragazzo. Sudore. Visione.»

«Sei in gabbia da quando ti ha preso Lorenzo» disse Giordano.

«I cani in gabbia non si comprano i mantelli nuovi.»

Frankus rimise il telo sul carretto.

Lo fece piano, e mentre lo faceva smise di guardare la gente negli occhi. «Affari miei, le gabbie» disse, e la voce gli era scesa di un tono.

«Voi pensate alle vostre.» Batté due colpi sul tavolo con le nocche.

«Passavo a vedere se vi serviva qualcosa. Ai tempi che corrono, uno che vende quello che serve è un amico prezioso. Tenetevelo a mente.»

Se ne andò, con i suoi due grossi e il suo carretto che ronzava.

Per un po' nessuno parlò.

Brian pizzicò la corda storta.

Stavolta la battuta non la fece.

«Allora.» Giusy aveva ripreso a far girare il flauto.

«Facciamo i conti, che a me i conti piacciono.»

Si sporse sul tavolo.

«Frankus è in gabbia. Lorenzo gli ha messo addosso un contratto che gli lascia da mangiare e niente più. Un uomo così, lavorando, ricco non ci diventa, perché tutto quello che guadagna lo deve al Nucleo. Eppure è ricco. Vestiti, braccia pagate, roba del Vecchio Mondo riaccesa. E riaccenderla costa una magia che lui non sa fare.»

Posò il flauto.

«Quindi non è lui che è diventato ricco. È qualcuno che lo sta facendo ricco. Qualcuno più grosso di Lorenzo, che gli ha tagliato il guinzaglio e gli ha messo in mano roba morta che torna a respirare.»

«E chi» disse Kai.

«Questo è il punto.»

Giusy guardò la porta da cui Frankus era uscito.

«Non lo so. Ma c'è.»

Giordano si toccò la nuca. La cicatrice, per una volta, stava zitta.

Era lui che dentro non stava zitto.

«Vittorio non l'avrebbe mai pagato» disse piano.

«Vittorio lo disprezza.»

«E allora c'è un terzo» disse Giusy.

Nessuno aveva voglia di dirlo a voce alta.

Ma era già detto.

Giordano si alzò.

Da un quarto di luna non si alzava così, come uno che ha deciso qualcosa invece di subirlo.

«Allora il terzo lo troviamo» disse.

«E Frankus è la porta. Lo seguiamo, scopriamo chi gli ha tagliato il guinzaglio, e da lì risaliamo.»

Guardò la squadra, uno per uno.

«Le pietre non le riprendiamo sfondando la Torre Nera. Le riprendiamo tirando questo filo, per ora.»

«Adesso ragioni come me» disse Giusy.

«Si però» disse Giordano.

«Tu ragioni. Io mi muovo.»

Brian pizzicò la corda storta, e stavolta il suono uscì quasi dritto.


OSSERVATORIO DEL NUCLEO


L'Osservatorio del Nucleo, a quell'ora, era tutto un brusio di calderoni e di mappe che galleggiavano nell'aria come fumo che non si decide a salire. Lorenzo era in piedi davanti a una di quelle mappe da un quarto di luna. O così pareva, a vederlo.

Davanti a lui, su un treppiede, la sfera di bronzo.

Dentro la sfera, una voce.

«Posso ridisegnarla» disse Aethyr.

«Mille volte. Ogni incisione, ogni angolo, ogni linea. Le ho viste. Le ricordo.» Una pausa, di quelle che fa una macchina quando arriva al bordo di quello che sa.

«Ma ridisegnarla non è leggerla. E io non la so leggere.»

«Perché.» Lorenzo l'aveva già chiesto.

Lo richiedeva come si preme un livido per vedere se fa ancora male.

«Perché la lingua è troppo vecchia.» La sfera mandò un riflesso.

«So tutto quello che c'era fino al Reset. Ricombino ciò che è stato. Questa è una lingua molto antica, e primitiva. Geroglifici. Si possono decifrare, ma servono calcoli sofisticati. Le pietre, invece, sono nate dopo il Reset, da una mano che non era umana. Posso copiarne il guscio. Senza le pietre in mano, la scansione si è fermata al quattro per cento.»

Lo trovò lì, Giordano.

Dopo essersi alzato dal tavolo del Centro le Maschere con una decisione in tasca, fece la cosa più difficile che gli restava: andò da Lorenzo a dirgli il resto.

Lorenzo sentì la porta.

Non si voltò.

Sapeva chi era dal modo in cui Fuffi entrava per primo, silenzioso, a controllare la stanza.

«Posso aiutare» disse Giordano.

«Non serve.» Lorenzo non staccò gli occhi dalla mappa.

«Grazie.»

Un quarto di luna prima Giordano avrebbe detto va bene e se ne sarebbe andato.

Quel giorno restò.

«Il furto è colpa mia» disse.

«E te lo dico in faccia, che è peggio.»

Lorenzo non si mosse, ma le mani gli si fermarono sul bordo del tavolo. «Quando non sapevi se tenerti Vittorio accanto, anche solo per la tregua, te l'ho detto io: fidati. E se sbaglio, la colpa è mia.»

Giordano non abbassò gli occhi.

«Ho sbagliato. Quindi me la prendo. Le sei pietre le ho perse io.»

Lorenzo guardava le proprie mani, adesso.

Aveva smesso di guardare la mappa, e per uno come lui era già una crepa nel muro.

«Alla porta potevo fermarlo» disse Giordano.

«Quando se n'è andato con le pietre. La cicatrice si è accesa da sola. Ce l'avevo, la forza. Mi bastava volerlo.»

Si toccò la nuca.

«Non l'ho fatto. E tu per un quarto di luna non hai saputo dove mettere quella cosa. Pensi che mi sono tirato indietro.»

«Pensavo.» La voce di Lorenzo uscì bassa.

«Volevo che sapessi perché.»

Giordano cercò le parole, e non erano pulite, perché le cose vere quasi mai lo sono.

«Se lo fermavo con quella roba lì, se mettevo le mani su mio padre col potere per costringerlo a restare, diventavo lui. Vittorio fa esattamente così. Prende, decide per tutti, costringe, perché è sicuro di avere ragione. Se facevo uguale, ero uguale.»

Una pausa corta.

«Preferisco perdere le pietre che diventare lui.»

Per un pezzo nella stanza ci fu solo il borbottio dei calderoni.

«La cicatrice gliel'ho chiesta, alla porta» disse Giordano, più piano.

Una pausa.

«Mi ha detto perché. O quasi. Dentro c'è qualcosa che non capisco, una ragione che lui sa e si tiene. Mi ha detto solo che un giorno capirò, e che lo odierò, e che avrò ragione a odiarlo.»

Lasciò andare la nuca.

«Mi ha marchiato, e io non ricordo niente. Questo lo sapevi già. Quello che non sapevi è che nel marchio ci ha nascosto anche il motivo.»

Lorenzo si voltò.

Finalmente.

Guardò il ragazzo che aveva cresciuto.

Fece due passi e gli posò una mano sulla nuca, sopra la cicatrice.

Piano.

Non si dissero che era tutto a posto.

Non lo era.

Ma il lenzuolo sul mobile, qualcuno l'aveva tolto.

«Le pietre le riprendo» disse Giordano.

«Hai la mia parola. Comincio da Frankus: qualcuno lo paga, e voglio sapere chi.»

Arrivò alla porta. Si fermò, senza voltarsi.

«Ma le riprendo a modo mio. Non al suo.»

Fuffi uscì per ultimo.


OLTRE LA CINTURA NEBULA


Lontano da Agridonia, oltre la Cintura Nebula, dove la nebbia si appoggia alla terra e non se ne va più, c'era una torre.

E nella torre c'era Sara.

Anche se quasi nessuno sapeva che si chiamava Sara.

Per il mondo era la Custode, e basta.

Stava meglio.

Le gambe la reggevano, di nuovo.

La battaglia nella Nebbia le aveva tolto qualcosa che non era tornato tutto, ma il grosso era tornato.

Camminava.

Mangiava.

Certe notti dormiva.

Il Mantello le pendeva dalle spalle, fermo.

Poi fermo non fu più.

Si mosse di un soffio, come si muove un cane che sente un rumore che tu non senti ancora.

Sara si fermò.

Gli posò sopra una mano, piano, come si tocca una vecchia ferita prima di uscire sotto la pioggia.

Sentì la Valle, lontana, che prendeva la fede a una donna e non la rendeva.

E sentì altro.

Qualcosa di nuovo si muoveva nel mondo, dalla parte di Agridonia, e lei il nome non glielo sapeva dare.

Aveva un peso.

Aveva una direzione.

Sapeva quello che voleva, e andava piano, da chi ha tempo.

Pensò al ragazzo.

A Giordano.

Da quando gli aveva detto il suo nome, in mezzo alla Nebbia, lo cercava ogni tanto con quel filo sottile che il Mantello le dava.

Una zia che non poteva dire di esserlo, che si teneva un nipote come si tiene una candela in tasca: di nascosto, e attenta a non scottarsi.

Il filo, adesso, era più corto.

Arrivava meno lontano.

Anche quello, la battaglia se l'era preso.

Cercò Giordano e lo trovò appena, un puntino caldo in mezzo alla città.

Stava bene. Stava in pena, ma stava bene.

L'altra cosa, quella nuova, gli era più vicina di quanto le piacesse.

Sara restò alla finestra.

Sotto, la nebbia si muoveva lenta e non diceva niente.

Da qualche parte, verso la città, un uomo con gli stivali puliti contava i suoi Oboli nuovi e rideva da solo.

E intorno a lui la Valle si rimescolava piano, e per la prima volta da quando il mondo era il mondo, si teneva qualcosa.


FABIO CHIUDE


Ecco.

Questo è il punto a cui siamo arrivati.

Un ragazzo ha deciso di tirare un filo.

Non sa che dall'altra parte c'è una mano, e che la mano è attaccata a un braccio più lungo di quanto se lo immagini.

Lo scoprirà.

Per adesso sa solo che vuole rimettere a posto una cosa che ha rotto, e che la vuole rimettere a posto a modo suo.

Gli faccio il tifo.

Non serve a niente, lo so.

Ma glielo faccio lo stesso.

Intanto, da qualche parte, una donna si guarda il dito e non capisce perché le sembra vuoto.

E la Valle, stanotte, si tiene qualcosa che non è suo.

A venerdì.

Fabio



© Il Mondo Giordano — Giordano Project


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