top of page

EXTRA

4 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

IL CENTRO LE MASCHERE


Notizie sobrie, deliri da dopo-luppoluna e verità ripescate dal fondo del boccale.

Raccolte dal Narratore, fra un rutto sacro e una profezia che nessuno aveva chiesto.



Siediti.

Quello è libero, gli occupati li riconosci dal boccale.

Marcello, uno anche per lui.

Quella scaduta, che è la migliore.

Ti avviso, sa di piede.

Ci si abitua, come a tutto.


Ecco.

Qui le storie non si raccontano.

Si spillano.

Ogni leggenda esce da una sbronza, ogni profezia da un rutto piazzato al momento giusto.

Non chiedermi perché, è così da prima che ci fossi io.

E guardami: ho la gola a pezzi, la biro scarica, e una birra scaduta che mi guarda con più affetto di certe persone che ho conosciuto.


Adesso alza la testa.

Dai, lo fanno tutti la prima volta.

Quelle sono le maschere.

Centinaia, appese alle travi.

Teatrali, tribali, da ufficio, da brava persona.

Alcune ridono e ti viene freddo.

Altre piangono.

E quella là in fondo, somiglia parecchio a quella che ti sei portato in tasca. Non guardarla troppo.


Come è cominciata?

Te la dico come la dicono qui, poi ci credi quanto ti pare.

Io ci credo a metà, che è la dose giusta.

Un viandante arriva che non sa più chi è.

Ordina un boccale.

Prima di sedersi si toglie la faccia che porta da anni, quella buona, quella che funzionava, e l'attacca a un chiodo.

Il giorno dopo ne arriva un altro e fa lo stesso.

Dopo un anno il soffitto è pieno, e il posto ha un nome.

C'è anche chi mormora che dietro ci sia una mano.

Quella di Lorenzo, dicono, il capo del Nucleo.

Pare che l'abbia tirato su lui, il Centro, per avere un posto dove i Risvegliati si incontrano senza gradi e senza paura.

Poi l'ha dato a Marcello e gli ha detto: tienilo tu, finché campi.

Da allora non ci ha mai messo piede.

Lui non conferma e non smentisce.

Ma qui dentro nessuno conferma e nessuno smentisce.


Hai letto cosa c'è scritto sopra la porta?

No, figurati, entrando non lo legge mai nessuno.

È incisa a mano, e chi l'abbia incisa non si sa.

A chiederlo ti guardano male.

«Nel Vecchio Mondo si beveva per dimenticare. Qui si beve per ricordarselo.»

Roba così.

Quindi bevi.


La regola ce n'è una sola, e te la dico adesso, che tanto la impari alla svelta. Non si chiede a nessuno perché ha appeso quella maschera.

Mai.

Neanche se sei curioso come una scimmia, neanche se sei amico.

Marcello la fa rispettare senza aprire bocca, gli basta lo sguardo.

Hai il diritto di dimenticare, di ricominciare, di essere solo uno che beve.

Le storie le racconta chi le ha vissute, se gli va.

Sennò si beve zitti, e va bene uguale.


Quei due dietro il bancone sono Marcello e Maestra Vira.

Lui ascolta tutti e sente per davvero, che è più raro di una birra buona.

Lei cucina e ti spara una sentenza di filosofia mentre gira il sugo, e tu annuisci con la forchetta a mezz'aria.

Prima di prendersi il Centro facevano le guardie.

E prima ancora, prima del Reset, la difesa era già il loro mestiere.

Anche se non se lo ricordano.

Lo sa il corpo, la testa no.

Non ne parlano, e fai bene a non chiederglielo.

Ma la sera che è entrato quello che non doveva, i coltelli erano già in mano a tutti e due prima che me ne accorgessi.

E io me ne accorgo, di solito.

Odorano di cipolla caramellata e di incenso spento male.

Ti ci abitui.


La gente, qui, a quest'ora.

Quel tizio laggiù è un bardo.

Canta solo le verità che danno fastidio, e stona pure, ma nessuno lo zittisce. Quella che ride in fondo è una guerriera.

Ride delle sue cicatrici e ti sfida a braccio di ferro.

Ho perso due volte. La seconda l'ho fatto apposta, e se n'è accorta, e da allora mi guarda storto.

Quell'altro, che aiuta a lavare i boccali, dice che nel Vecchio Mondo era un pezzo grosso.

Adesso racconta storie meglio di quelle che vendeva nelle presentazioni.

Il vecchio nell'angolo, quello che parla da solo e che tutti danno per matto: ogni tanto butta lì una frase, e dopo tre lune si avvera.

Lui dice che è la birra.

Io ho smesso di discutere.

E laggiù, viola scuro come un livido di tre giorni, c'è Fuffi.

Viene per il salmone.

Lo apprezza, e basta.


Se apri le finestre accanto ai tavoli, si sente qualcosa che cambia a seconda dell'orario.

Annusa.

Senti?

A quest'ora Agridonia sa di liquirizia andata a male e di birra scaduta, che comincia a raccontare parabole a chi la beve.

Invece la mattina è muschio caldo e caffè con dentro qualcosa che non sai.

A mezzogiorno arriva lo zolfo gentile, come uno che ti minaccia sorridendo, insieme all'unto delle friggitorie e a una nostalgia che non si capisce di chi sia.

Il vento c'è sempre, ma cambia accento.

A Nord parla stretto, di quelli che ne capisci una su tre.

A Sud fa il furbo e sussurra nomi.

Tuoi.

Di gente che non c'è più.

Tu fai finta di niente.

In città?

Le porte, qui, suonano.

Ognuna la sua nota, e messe insieme fanno una musica che nessuno ha mai scritto.

E quando cala la Nebbia, c'è chi giura di sentire i propri pensieri letti al contrario.

Storia vera.

Cioè, vera quanto può esserlo una cosa sentita dentro la Nebbia.


Ora, chiudi la finestra e guardati attorno.

Del posto se ne dicono un sacco, di cose.

Qualcuna l'ho vista coi miei occhi.

Le lampade, per esempio.

Sono vasi di muschio luminoso, di quello delle Lacrime della Luce, e fanno più luce quando al tavolo qualcuno dice una cosa vera.

Per questo certe sere il Centro sembra in pieno giorno e certe altre ci vedi appena.

Stasera ci vediamo bene, hai notato?

Non è merito mio.

Il camino poi, è acceso anche d'estate, finché il Centro è aperto.

Dicono che bruci ricordi, e che in cambio ti faccia avere da bere.

Io non ci ho mai provato.

Un paio di cose me le tengo.

Le sedie giudicano.

Si, hai capito bene.

Se menti e ci sei seduto, si inclina di poco.

Se la spari grossa, si inclina di più.

Ma se dici il vero, sta ferma come un giudice che ha già deciso.

Quella sotto di te sta ferma.

Bene.

Per ora.


E se a un certo punto senti una nota bassa che viene dal bancone, non è la birra.

È Marcello che passa un panno di lana sul legno, perché la chiacchiera si è fatta troppo leggera, troppo da cazzate.

Esce quella nota, e tutti, senza sapere perché, rimettono i piedi per terra. Prova a non farlo, quando succede.

Non ci riesci.


Ecco.

Sai la cosa strana?

La prima volta che entri, la maschera ce l'hai ancora in tasca.

Anche tu ce l'hai, vero?

No, non dirmelo.

Non si chiede.

All'inizio non pesa.

Poi pesa.

Allora la tiri fuori.

La guardi.

E con un gesto che ti viene da solo, la attacchi al soffitto, sul quel gancio vuoto, accanto a tutte le altre.


Alla prossima amici,

Fabio.



© Il Mondo Giordano — Giordano Project

Post recenti

Mostra tutti

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page