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EXTRA

4 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

FABIO RACCONTA



IL LIUTO CHE GRACCHIA



(Una cosa, prima di cominciare.

Se vi capita di sentire un gracchiare alle spalle,

non date per scontato che sia un uccello.)


Il liuto-corvo di Brian è una discussione col passato rimasta in sospeso.

E poi accordata in minore.

Chiamarlo strumento è una cortesia.

Il corpo è metallo.

Ottone sui bordi, rivetti, certi ingranaggi che girano per conto loro quando gli pare.

Più macchina che liuto.

Ha più corde di quante un liuto dovrebbe averne, e Brian se lo porta sulla spalla come uno si porta un'arma, per abitudine, mica per posa.

Il manico, invece, è legno.

Un corvo intagliato sulla testa del manico, becco affilato, due occhi gialli che certe volte restano accesi anche quando intorno è tutto buio.

Quel legno viene dalla Montagna dei Sussurri, dove gli alberi non crescono come da noi: stanno fermi e ascoltano.

Lassù li tagliano solo quando hanno sentito troppo.

Adesso capite da soli perché quel corvo, ogni tanto, gira la testa.

Poco. Un tic.

A volte apre il becco e tira fuori un verso secco, di legno e di vento, quasi mai nel momento opportuno.

Una volta l'ha fatto per salutare Giusy.

Presentazione formale, a modo suo.


Le incisioni sul metallo, quando la luce cala, si accendono appena.

Quanto basta per farti dire «non è normale».

Per dire «è magia» ci vuole più coraggio.

Poi ci sono le tre ampolle.

Piccole, di vetro, appese al manico come ciondoli che qualcuno ha scordato lì. Cosa ci sia dentro non lo sa nessuno.

Brian dice che una contiene eco, un'altra rabbia tenuta da parte.

La terza non la nomina. Io una mezza idea su cosa ci sia, nella terza, ce l'ho. Me la tengo.

Godetevele finché ci sono.

Un giorno Brian le staccherà dal manico, una alla volta, e le lascerà a sua madre, ad Agridonia.

Il liuto resterà più spoglio di com'è adesso.

Perché le lasci proprio a lei, non ve lo dico.

Non ancora.


E poi c'è la cosa che fa storcere il naso ai forestieri:

certe volte il liuto suona da solo.

Mica quando Brian lo prende in mano.

Quando lo guarda e basta.

Lo posa sul suo supporto d'ottone, ci si siede davanti col boccale, fa la faccia di uno che ha trovato il sistema per avere musica senza lavorarci, e intanto le corde vibrano da sole.

Una nota sottile.

A lui andrà pure bene così.

A me, certe sere, pare un'altra cosa.

Pare che lo strumento gli stia rispondendo.

Una nota sola.

Tipo: lo so.

Anche io.


Quando invece lo usa davvero, per spegnere qualcuno che gli vuole male, la musica non c'entra più.

È un'onda che ti arriva addosso e ti toglie le gambe da sotto.

Brian la chiama «la modalità che di poetico non ha niente».

Io l'ho vista mettere a terra un Ottenebrato nel tempo di un respiro.

Gli altri menestrelli fanno spettacolo.

Brian fa interferenza.


Dove l'ha preso, questo coso?

Dice al Mercato delle Meraviglie, da ragazzino.

Un baratto.

Ha dato via un flauto, l'ultima cosa che gli aveva lasciato suo padre prima di sparire, e si è portato a casa un liuto che gracchia da solo.

Suo padre faceva l'esploratore.

Un giorno ha smesso di tornare.

Il flauto era di legno.

Un legno che a Brian non suonava nuovo.

Io non so se sia stato coraggio o disperazione.

So solo che chi scambia l'ultimo regalo di un padre per un affare del genere sta cercando la risposta a una domanda che non ha mai fatto ad alta voce.

E forse non è stato lui a scegliere il liuto.

Forse è il legno che ha scelto Brian.

Sulla Montagna dei Sussurri, l'ho detto, tagliano solo quelli che hanno ascoltato troppo.

E due cose che hanno sentito più del dovuto si riconoscono al volo.


(Alzo il boccale e lo inclino verso Brian. Anche se Brian, qui, non c'è.)


Se una sera lo vedete fermo a fissare il suo corvo, zitto, lasciatelo stare.

Sta chiedendo a un pezzo di legno se ha fatto la scelta giusta.

E il legno, ogni tanto, risponde.



© Il Mondo Giordano — Giordano Project

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